Piaga per l’economia/Perché la Ue pretende una giustizia meno lenta

Giovedì 23 Luglio 2020 di
Piaga per l’economia/Perché la Ue pretende una giustizia meno lenta
Tra le raccomandazioni formulate (o le condizioni imposte) all’Italia da parte della Ue per ottenere i sospirati sussidi, campeggia quella della riforma della giustizia civile, oggi così lenta da scoraggiare gli investimenti e minare la certezza dei rapporti giuridici. Va detto che i nostri reggitori sono stati finora ben più attenti alla giustizia penale, e per due ragioni. 

La prima, che essa incide sui beni primari della libertà e dell’onore dei cittadini. 
La seconda, meno nobile ma più significativa, che da quasi trent’anni essa ipoteca la vita politica, estromettendone chi viene sottoposto a processo, o semplicemente raggiunto da un’informazione di garanzia. Un sistema demenziale qui denunciato più volte, che ha sconvolto il principio della divisione dei poteri.
Tuttavia la giustizia civile è, per certi aspetti, anche più importante. Prima di tutto perché essa disciplina tutti i rapporti personali e patrimoniali dei cittadini; in secondo luogo perché condiziona l’economia e le finanze del Paese; e infine perché mentre la giustizia penale coinvolge, per fortuna, un numero ridotto di persone, non v’è individuo che, nel corso della vita, non sia stato protagonista di una causa o che, per evitarla, non si sia comunque rivolto ad un avvocato civilista. 

Un’obbligazione non adempiuta, un credito contestato, un divorzio, una lite condominiale, un risarcimento danni, una divisone ereditaria ecc. son tutte vicende nelle quali, spesso nostro malgrado, ci siamo trovati coinvolti. Mentre - ripetiamo - la gran parte di noi non è mai finita in manette e nemmeno convocata dalla Procura. Ebbene, una serie di studi - compreso quello della Ambrosetti House pubblicato a Cernobbio e per inciso coordinato da chi scrive – hanno dimostrato che questa lentezza ci costa almeno due punti di Pil. Un salasso finanziario che comunque non tiene conto dei danni collaterali, cioè dello sgomento dei cittadini e della perdita di fiducia nelle istituzioni. Questa diffidenza è dilagata in Europa e nel mondo. Nessuno investe più in Italia perché sa che le sue legittime aspettative sono spesso deluse dai contraenti, e ancor più spesso dallo Stato, che impiega anni, e talvolta decenni, per risolvere i conflitti interpersonali e intersocietari.

Il collasso del sistema è ben rappresentato dal paradosso per cui mentre un tempo il creditore minacciava il debitore inadempiente con l’espressione”Ti faccio causa!”,oggi le parti si sono invertite, ed è quest’ultimo a provocare il creditore con la battuta “Fammi causa!”, sottintendendo, in modo beffardo, che tanto non caverà un ragno dal buco. Le ragioni di questa lentezza sono spesso state enfatizzate in modo improprio e superficiale.

Alcuni avvocati hanno detto che è colpa dei giudici, che lavorano poco; e questi hanno risposto che è colpa degli avvocati, che son troppo numerosi. Sono entrambe due sciocchezze. Statistiche alla mano, i nostri magistrati sono infatti i più produttivi d’Europa. E le liti non sono inventate dai patrocinatori, ma riflettono contrasti reali, non componibili in via spontanea e amichevole. In realtà la ragione è la solita: la complessità delle leggi e la sproporzione tra i mezzi disponibili e i fini prefissi. I magistrati italiani sono circa novemila, e l’organico è sempre carente: un numero - paragonato a quello degli altri Stati dell Ue - troppo esiguo rispetto agli abitanti e alle pendenze. E queste sono sempre più numerose non perché il nostro carattere sia più litigioso, ma proprio perché chi ha torto pianta una causa, confidando nella sua eternità. Come si vede, un gatto che si morde la coda.


Che fare allora? La prima cosa è semplificare le procedure, magari copiandole da quelle dei Paesi più efficienti e virtuosi: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Poi viene la cosa più ovvia: o aumentiamo i mezzi, cioè le risorse, o riduciamo i fini, cioè le cause da decidere. Ma poiché queste ultime non si ridurranno finché dureranno secoli, bisogna assumere più magistrati, e soprattutto più collaboratori amministrativi. Superfluo ricordare che la sciagurata legge Madia che ha improvvisamente rottamato cinquecento toghe ultrasettantenni, e i successivi pensionamenti di migliaia di cancellieri e segretari hanno aggravato una situazione già disperata. Sull’ingresso di nuovi giudici è la stessa magistratura a mettere dei freni, sostenendo che l’aumento dei chiamati diminuirebbe la qualità degli eletti.

Ora, per quanto la nostra scuola sia scalcinata, e alcune Università sfornino semianalfabeti, è difficile pensare che i duecento posti che in media vengono annualmente messi a concorso non possano esser raddoppiati, e degnamente coperti. E’ vero che fino ad ora i governi hanno sostenuto questa limitazione, invocando la carenza di mezzi finanziari. Ma è proprio questa l’occasione – che Conte ha definito epocale – per rimettere in piedi la nostra sgangherata giustizia. E se l’Europa ci dà i soldi proprio per questo, rifiutarli o impiegarli diversamente più che un errore sarebbe proprio un delitto. Che purtroppo, per le ragioni sopra esposte, resterebbe comunque impunito.

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