Crisi Coronavirus, i soldi per la ripresa ci sono ma spenderli non sarà facile

Martedì 26 Maggio 2020 di
Crisi Coronavirus, i soldi per la ripresa ci sono ma spenderli non sarà facile
Secondo stime del Tesoro è possibile indicare in circa 200 miliardi le risorse, tra prestiti agevolati e sovvenzioni, che potrebbero venire destinate all'Italia dalle nuove strutture europee. Si tratta di 20 miliardi concessi dal fondo Sure, di 40 miliardi dalla Bei, di 36 miliardi dal Mes (il fondo Salva-Stati) e di 100 miliardi dal Recovery Fund, che secondo Morgan Stanley potrebbero essere addirittura 150.

Se a questo fiume di euro si aggiunge lo straordinario sostegno al debito italiano che la Bce ha in programma per la durata della crisi pandemica (il 35% dei 750 miliardi del bazooka 2 se dovessero permanere le necessità d'intervento delle prime settimane), si può concludere che mai come oggi l'Italia ha l'opportunità di riaggiustare i propri conti invertendo la curva del declino che da almeno vent'anni tiene in scacco il Paese.

Ma opportunità non vuol dire certezza di successo. Romano Prodi sostiene che, per quanto robusta, questa iniezione «non sarà assolutamente sufficiente se non mandiamo segnali di cambiamento radicale sul fronte delle riforme». Aggiunge Prodi, che senza una decisa lotta all'evasione, difficilmente potremo raggiungere l'equilibrio di lungo periodo che ci permetterà di affrancarci da ogni rischio di mercato.

Se questo è il percorso virtuoso cui siamo chiamati, c'è però un passaggio che viene prima e che se non gestito adeguatamente rischia di bruciare la grande occasione di rimonta: riguarda l'impiego che il governo vorrà fare delle ingenti risorse che Bruxelles ci metterà a disposizione. Posto che la destinazione di quelle risorse non potranno che essere la nuova sanità, le grandi opere infrastrutturali e l'innovazione nel settore produttivo e dei servizi - impensabile una distribuzione a pioggia di tipo assistenziale quale quella prevista dal decreto Rilancio, l'Europa non lo consentirebbe - sorge il problema di spenderle in tempo utile e secondo i criteri che verranno prescritti.

Oggi consideriamo quasi normale che uno dei motivi primi di frenata di gran parte delle opere pronte a partire non sia la mancanza di risorse, ma il via libera del dipartimento edilizio di questo o quell'ente pubblico i cui funzionari si palleggiano la pratica per ragioni le più opinabili. Ma niente di tutto ciò è normale: in nessun paese verrebbe tollerato che oltre 600 opere, tra statali e regionali per un valore di 53 miliardi, vengano bloccate a un passo dall'avvio come fece l'ex ministro del Mit, Danilo Toninelli, per motivi più che discutibili. Ma se Toninelli porta la responsabilità degli stop più clamorosi, la gran parte degli altri è opera di una burocrazia più facile a ritrarsi che a esporsi, capace di congelare progetti - dopo averne promosso l'esecuzione - per un cavillo.

Ecco il punto: per quanto efficace possa risultare il Decreto Semplificazioni, che secondo il premier Conte porterà a una «drastica semplificazione burocratica», non c'è da illudersi che di qui a qualche tempo vivremo in un'altra dimensione: il burocratismo è infatti in agguato per minare con i suoi tempi biblici anche il più ambizioso dei progetti. A Genova si è reso necessario un modello ad hoc, con tanto di commissario, per superare le pastoie della burocrazia locale e nazionale e realizzare nei tempi previsti il Nuovo Ponte. Ma il modello Genova è difficilmente esportabile, e comunque resta preferibile, come sostiene l'Ance, il sistema delle gare: magari estendendo lo stato di emergenza fino al 31 dicembre. Il che però significa dover rientrare nell'area decisionale del funzionario di dipartimento: non dovremo attendere molti giorni per verificare se il Decreto Semplificazioni riuscirà a compiere il miracolo di uno sblocco rapido e generalizzato delle molte opere in attesa da anni. Sarà anche un prova generale per quando si tratterà di attivare i grandi investimenti infrastrutturali con i finanziamenti europei.

Resta comunque forte la convinzione che solo una radicale riforma della Pubblica amministrazione, con una chiara ripartizione di competenze tra enti, una migliore definizione delle responsabilità del pubblico ufficiale e l'abolizione di alcuni reati anacronistici (come l'abuso d'ufficio, il danno erariale, il traffico di influenze) oltre a un esteso utilizzo del digitale, si potrà avere quel cambio culturale che incentivi nel burocrate - peraltro oggi malpagato rispetto ai colleghi europei - un atteggiamento proattivo invece delle risposte difensive che incontriamo dietro ogni sportello pubblico. Il Paese ne avrebbe gran beneficio.
Secondo uno studio realizzato da Ambrosetti Club nel 2019, con l'attuale sistema il costo annuo della burocrazia sostenuto dalle aziende italiane ammonta a 57,2 miliardi. Eppure quello che oggi è un costo, grazie a una riforma degna di tale nome potrebbe essere trasformato in un potenziale contributo al funzionamento e allo sviluppo del Paese. Se infatti allineassimo l'efficienza della Pa italiana alla media di Francia, Spagna, Germania e Regno Unito, secondo lo studio di Ambrosetti si genererebbero 146 miliardi di Pil aggiuntivo, la metà di tutti gli investimenti pubblici italiani del 2018. Ultimo aggiornamento: 07:50 © RIPRODUZIONE RISERVATA