Giuseppe Vegas
​Giuseppe Vegas

Concorrenza Ue/ Quali regole per rilanciare il mercato dei capitali

di ​Giuseppe Vegas
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Domenica 10 Dicembre 2023, 00:10

Ci sono voluti più di dieci anni dalla fine della grande crisi economica del primo decennio del secolo, ma qualcosa inizia finalmente a muoversi anche da noi. In parlamento è in discussione un disegno di legge per il rilancio dei mercati finanziari, che verrà probabilmente approvato in tempi brevi. La scorsa settimana è stato presentato un Manifesto per lo sviluppo del mercato dei capitali, frutto dell’elaborazione congiunta di Borsa Italiana, del mondo universitario e della comunità finanziaria. Alla Sapienza di Roma si è tenuto un importante incontro tra accademici ed operatori. Sembra proprio che sia giunto il momento per passare dalle diagnosi alla cura.

La scarsa consistenza o, meglio, l’irrilevanza del mercato finanziario italiano dipende sostanzialmente da due fenomeni. In primo luogo, le conseguenze della crisi, che hanno costretto ad orientare l’azione complessiva di governo, autorità di regolamentazione dei mercati e magistratura quasi esclusivamente per garantire la massima tutela degli investitori. Si è agito per prevenire il più possibile i rischi a loro danno e si è incrementata l’attività sanzionatoria. 

Con l’ovvia conseguenza di scoraggiare l’iniziativa, restringere l’operatività dei mercati regolamentati e porre in ombra il tema del loro efficiente funzionamento. In secondo luogo, lo storico assetto “bancocentrico” del nostro sistema dei finanziamenti alle imprese ha sortito l’effetto di marginalizzare il mercato finanziario. Oggi tuttavia la situazione sta radicalmente mutando. Principalmente in ragione di ciò che è avvenuto nel campo delle banche e del cambiamento della struttura stessa dei soggetti che richiedono finanziamenti. Quanto alle banche, i pesanti e prolungati interventi della Banca Centrale Europea, diretti a rendere il sistema più stabile e i singoli istituti bancari più sicuri, ha sortito l’effetto di allontanare la paura di possibili fallimenti e conferire maggiore solidità anche alle finanze pubbliche. Tuttavia, in ragione dell’incremento del livello delle riserve obbligatorie e della necessità di “pulire” i bilanci dai crediti rischiosi, le banche non hanno potuto evitare una crescente selezione della clientela, a danno di quella meno capitalizzata. Il che molto spesso ha significato penalizzare le imprese di minore dimensione, che, come è noto, costituiscono il nerbo del sistema industriale italiano. Il tutto in una contingenza storica, nella quale occorre confrontarsi con una concorrenza internazionale sempre più agguerrita e soprattutto proveniente da imprese di ben diversa grandezza e capitalizzazione.

Si assiste dunque oggi ad una “sete” di capitali di rischio, indispensabili sia per avviare iniziative innovative, sia per dar corso ad irrobustimenti delle imprese, senza trascurare le necessarie acquisizioni e la loro espansione all’estero. Si tratta di una domanda a cui può far fronte solo un mercato dei capitali efficiente e moderno.

Che sia in grado, tra l’altro, di offrire ai risparmiatori, in una fase di non domata inflazione, una remunerazione più interessante di quella offerta dal settore bancario. Si aprirebbe altrimenti la strada della chiusura o della vendita.

Ecco perché bisogna rendere più attrattivo il mercato dei capitali di rischio. Benvenute quindi le iniziative e le proposte di riforma oggi sul tavolo. Tutte condivisibili, almeno nel loro spirito: rendere il mercato dei capitali interno sempre più simile a quello dei paesi più avanzati ed eliminare quelle regole di tutela dei soggetti interni che lo hanno penalizzato, limitandone la concorrenzialità. A cominciare dai numerosi casi di “gold plating”, cioè dell’imposizione di obblighi o procedure non richiesti dalla legislazione europea, o della richiesta di dati ed informazioni non strettamente necessari, o ancora di far ricorso a procedure di durata incompatibile con le esigenze del mercato, o, infine, di mantenere un sistema di responsabilità personale che scoraggia l’iniziativa senza riuscire a prevenire i comportamenti fraudolenti. Ma l’occasione potrebbe essere anche quella per dare nuovo vigore ai piani individuali di risparmio, i Pir, e agevolare la diffusione delle azioni di imprese non quotate agli investitori professionali, a partire dai fondi pensione. E per fare del mercato borsistico di accesso, l’Egm, un vero strumento di liquidità effettivamente aperto al pubblico.

Molte delle proposte in campo vertono sulla necessità di prevedere agevolazioni di carattere fiscale. Senza metterne in dubbio l’utilità, non si può non ricordare che stiamo attraversando un momento alquanto complesso per le finanze pubbliche. Tuttavia, la questione fiscale costituisce probabilmente il tema fondamentale per il funzionamento del mercato finanziario. Per creare un vero mercato occorre che tutti i partecipanti possano agire nelle medesime condizioni degli altri. Il che significa non solo ottenere le stesse notizie, ma soprattutto disporre dei medesimi strumenti: essere sottoposti ad un’unica regolamentazione, agli stessi controlli da parte delle autorità di mercato e dover sopportare gli stessi costi. Insomma, per giocare in condizioni di parità è indispensabile un “level playing field”, un campo di gioco livellato, dove nessuno, per dirla con George Orwell, sia “più uguale degli altri”. E la parità si potrà ottenere solo se l’aliquota fiscale sulle rendite finanziarie sarà la medesima in tutti i paesi europei. Altrimenti il gioco di applicare aliquote più o meno di vantaggio continuerà a perpetuare un sistema dove la competizione non è “fair”, cioè giusta, e la concorrenza rischia di non essere leale. A vantaggio forse di chi si muove come un bucaniere, senza rendersi conto di fare un danno all’Europa intera.

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