Angelo De Mattia
Angelo De Mattia

​La mossa della Bce/ Se l’arma dei tassi non sconfigge la vera emergenza

di Angelo De Mattia
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Venerdì 9 Settembre 2022, 00:01

Dalla Bce emerge implicitamente la necessità che ora l’Unione Europea e i governi facciano con prontezza la loro parte. L’aumento di 75 punti base dei tassi di riferimento, deciso ieri dal Direttivo dell’istituto, era previsto. Quel che si prevedeva di meno è l’annuncio, da parte della Bce, del seguito a breve di altri aumenti - sia pure legati a un’analisi dei dati da compiere volta per volta - che era sembrato fossero, invece, inquadrabili nell’opzione dei piccoli e ravvicinati innalzamenti sostenuta dalle “colombe”, i fautori cioè di una linea moderata. 
Questi, però, hanno verosimilmente preferito non insistere dal momento che le decisioni del Direttivo sono state approvate all’unanimità, «pur essendovi visioni diverse intorno al tavolo», ha detto la presidente Christine Lagarde. È l’inflazione, giunta nell’Eurozona al 9,1% (stimata all’8,1 per l’anno), al rialzo rispetto alle stime precedenti, che secondo i banchieri centrali impone la drastica reazione, destinata a durare per lungo tempo: il target dell’inflazione al 2%, che è l’obiettivo-vincolo per Bce, impone di agire con efficacia. 
Ma il contesto è preoccupante; l’economia ristagnerà fino al primo trimestre del prossimo anno (nello scenario di base il Pil crescerà nel 2023 solo dello 0,9%), intanto i prezzi dell’energia riducono il potere di acquisto delle famiglie, le strozzature dal lato dell’offerta frenano l’attività economica, la guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina si ripercuote sulla fiducia delle imprese e dei consumatori; da ultimo, il deprezzamento dell’euro rafforza le pressioni inflazionistiche.

Un quadro da evidente “stato di eccezione”. Epperò nella risposta sulle cause dell’inflazione emerge un contrasto: si riconosce il peso che ha l’offerta (il malfunzionamento della catena di produzione e delle forniture) contro cui la Bce nulla può, ma si afferma la necessità di frenare la domanda, sulla quale invece l’istituto può dispiegare l’arsenale di strumenti disponibili. Si alzano i tassi, è in sostanza la motivazione, perché se non si facesse si andrebbe incontro a una inflazione di gran lunga peggiore. 
Ma non può rimanere tale zoppìa tra le misure drastiche della Bce, che pure aveva l’opzione di un intervento meno severo, e politiche economiche per ora imperniate sui pur necessari aiuti e ristori, concepiti però senza un piano adeguato per reagire a una vera emergenza, mentre si profila un inverno dominato dai timori su gas e petrolio. 
Chiunque comprende la necessità di un bilanciamento tra politica economica e monetaria, ma se al raccordo non si procede in un momento tanto grave, quando mai si farà? La pesante decisione di Francoforte peserà sicuramente su famiglie e imprese, e dunque sul finanziamento dei nuovi investimenti, sul costo dei mutui a tasso variabile, sul credito al consumo. 
Sarà poi necessario verificare se e come l’aumento dei tassi inciderà sulle banche in funzione della capacità selettiva dei banchieri, ma pure sui tassi passivi, cioè quelli pagati ai depositanti. Misure ulteriormente restrittive della Vigilanza, di fronte a moratorie e concessioni di garanzie pubbliche, ci riporterebbero al tempo dei cerusici secenteschi che continuavano le trasfusioni perché il paziente non migliorava, ma ciò finiva con il causare la morte del poveretto. 
La stessa Bce riconosce il rischio significativo per la crescita, le famiglie e le imprese che dovranno affrontare il razionamento delle forniture del gas che, nel caso di un blocco totale russo, porterebbe a una crescita negativa nel prossimo anno. Sono considerazioni da cui le istituzioni competenti, in primis la stessa Bce, quindi l’Unione e i singoli Paesi, dovrebbero trarre coerenti e logiche conseguenze.

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