Gianfranco Viesti
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I bandi per il Pnrr/ I regionalismi da evitare nella corsa ai fondi Ue

di Gianfranco Viesti
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Martedì 15 Febbraio 2022, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 00:37

Negli ultimi giorni ci sono state polemiche sulla destinazione territoriale delle risorse del Pnrr. In particolare, è stato lamentato da parte del Sindaco di Milano un eccesso di attenzione nei confronti del Sud. Che il Pnrr destini cospicue risorse al Mezzogiorno, ed in generale alle aree più deboli del paese, è giusto e utile, nell’interesse nazionale. Giusto, per provare a ridurre le forti disparità fra i cittadini italiani nella fruizione di fondamentali diritti di cittadinanza, all’istruzione, alla salute, alla mobilità, che dipendono da una dotazione di infrastrutture e servizi molto disuguali; in molti casi, con disuguaglianze che sono cresciute negli ultimi venti anni. Utile, perché un complessivo rilancio dell’economia italiana si potrà ottenere solo attraverso il concorso di tutte le sue regioni: e in molte di esse vanno create condizioni migliori per le attività economiche; non va dimenticato che lo sviluppo delle aree più deboli del paese crea un forte vantaggio (ad esempio in termini di ampliamento del mercato) per quelle più forti.

Il problema di fondo è che il Pnrr dice pochissimo sulla destinazione territoriale dei suoi investimenti; che è indicata solo per 37 delle sue 187 misure (incluso il Fondo Complementare). In altre è indicata in linea generale; in molte non c’è. In questi casi, mancano i criteri politici in base ai quali indirizzarli: si dice che si faranno molti asili nido, ma non si dice dove (ad esempio che verranno prioritariamente realizzati nei comuni dove non ci sono). Così come manca un raccordo fra le diverse condizioni territoriali e le priorità nelle linee di intervento: le misure sono rigidamente settoriali. Il Piano è organizzato attraverso bandi competitivi fra amministrazioni ed enti locali; le risorse affluiranno verso i progetti che verranno selezionati. Dunque, il Governo non si è assunto la responsabilità politica dell’allocazione territoriale delle risorse: essa dipenderà in misura rilevante dalle risposte delle amministrazioni locali a questi bandi, e quindi la distribuzione territoriale effettiva si potrà conoscere solo alla fine. 

Nel Piano si dice però che il 40% delle risorse “territorializzabili” (e in questo termine ci sono alcuni problemi) deve andare nel Mezzogiorno; circa 80 miliardi. Ma, dato che nelle diverse misure del Piano, come appena ricordato, non ci sono né indicazioni cogenti né principi su cui basarsi, e molto dipende dall’esito dei bandi, essa appare più una speranza che una certezza. Accortosi tardivamente di queste criticità il Governo, nel luglio 2021, a Piano già a Bruxelles, ha previsto che in ogni bando il 40% delle risorse debba andare nel Mezzogiorno. Questo criterio così generale non risolve i problemi. Ignora le possibili differenze nella capacità di accedere alle risorse che vi sono nel Mezzogiorno; trascura le necessità di intervento nelle altre aree deboli del paese; in alcuni casi, come per gli asili nido, rappresenta una quota del tutto irrilevante per poter quantomeno avviare un processo di avvicinamento nelle dotazioni. Crea problemi politici: sarebbe stato molto meglio indicare, al posto del 40%, ad esempio il principio – che è molto più difficile contestare - che tutti i bambini italiani hanno diritto all’asilo nido, ovunque essi vivano.

La sua applicazione si sta rivelando complessa. Dai bandi finora pubblicati emerge con chiarezza che ciascun Ministero sta rendendo operativo questo criterio in modo diverso, senza coordinamento politico da parte di Palazzo Chigi o del Ministero dell’Economia. Da ultimo il Ministero dell’Università – dopo aver cambiato per ben due volte il provvedimento attuativo - sembra aver stabilito nell’ultima versione del bando sui progetti di ricerca di interesse nazionale che il criterio del 40% semplicemente non si applica. Ma c’è un problema altrettanto rilevante. La realizzazione degli interventi dipende dalle capacità dei soggetti locali di presentare progetti. Su tutte le diverse misure, in tempi ristretti, contemporaneamente. Queste capacità sono molto diverse all’interno del paese: in linea generale sono maggiori nei comuni di più ampia dimensione; maggiori al Nord che al Centro-Sud. Anche queste distanze sono cresciute negli ultimi venti anni. Nel Piano non si prevede il rafforzamento delle strutture delle amministrazioni sulle quali si stanno per scaricare responsabilità progettuali e attuative così grandi e concentrate. Anche in questo caso, si sta provando ad intervenire in corso d’opera, con misure opportune (personale aggiuntivo a termine, consulenze) ma assai inadeguate rispetto alla dimensione dei problemi. Il tema sta balzando all’attenzione: già l’anno scorso nessuno fra i progetti irrigui presentati in Sicilia è stato approvato; pochi giorni fa il Ministero per la Transizione Ecologica ha rinviato la scadenza per i progetti per i rifiuti perché, apparentemente, ne erano arrivati troppo pochi dal Sud. 
Si incrociano dunque diversi problemi.

La tendenza di ciascun Ministero a procedere per proprio conto e con propri criteri, in alcuni casi assolutamente discutibili, che potrebbe accentuarsi con l’avvicinarsi delle scadenze elettorale. Le differenti capacità dei soggetti locali di elaborare progetti: tanto più difficili quanto più ambiziose sono le trasformazioni (come quelle verde e digitale) che ci si propone. Le pulsioni di parte dell’Italia più ricca, ben rappresentata dal Sindaco Sala, pronta a trarre vantaggio da queste criticità; pulsioni già concrete: i comuni lombardi e veneti finiti in posizione non utile nella graduatoria sui progetti di rigenerazione urbana se li sono fatti finanziare tutti “fuori sacco” con ben 905 milioni. E tutto questo prima di passare alla fase concretamente attuativa del Piano, cioè alla realizzazione fisica degli interventi: che certamente porrà nuovi problemi e che potrà determinare anche un rimescolamento delle allocazioni territoriali.

Ogni scetticismo preconcetto va evitato: bisogna “tifare” tutti per il Governo e per la migliore realizzazione del Piano. Ma questo dovrebbe implicare, proprio da parte dell’esecutivo, un atteggiamento molto più aperto nell’affrontare e discutere gli indubbi problemi che sono già evidenti, anche per sopire sul nascere pericolosi conflitti territoriali. Una maggiore disponibilità al confronto pubblico: non basta dire che si stanno raggiungendo traguardi e obiettivi se non si discute di come lo si sta facendo. I ministri potrebbero mostrare maggiore disponibilità a discutere pubblicamente le loro scelte; il tavolo di partenariato con le rappresentanze sociali e territoriali presieduto da Tiziano Treu, potrebbe riunirsi con grande frequenza e dialogare con la Presidenza del Consiglio; il Parlamento potrebbe prendere l’iniziativa di una importante, approfondita, sessione di dibattito sulla Relazione sul Pnrr che il Governo ha inviato a fine anno

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