Il baratto con il Sud/ Il prezzo inaccettabile per gli assegni alle famiglie

Mercoledì 7 Ottobre 2020 di
Lo Stato sociale moderno, quello che costituisce l’orgoglio e, probabilmente, il tratto più distintivo delle società europee, nasce nel giugno del 1941. In quelle settimane mentre l’Inghilterra provava a rialzarsi dai bombardamenti della Luftwaffe, il ministro del lavoro, il laburista Greenwood, del governo presieduto dal conservatore Winston Churchil, affidava a Sir Beveridge, liberale e master dell’Università di Oxford, il compito di produrre il rapporto con il quale vennero introdotti l’indennità universale di disoccupazione, le pensioni sociali, la gratuità e l’obbligo di istruirsi e di curarsi. <HS9><HS9>Fu quella grande riflessione – capace di unire tutte le anime politiche nell’ora più difficile – a correggere le contraddizioni di un mercato non governato che aveva portato un mondo sull’orlo della sua catastrofe.

Oggi l’Italia e l’Europa si trovano in una condizione simile: dobbiamo riuscire a concepire una strategia che prescinda da utilità elettorali destinate a durare qualche settimana, per diventare meno vulnerabili (“resilient”) ed in grado dunque di riemergere più velocemente (“recovery”) da un tracollo di cui, ancora, dobbiamo fare esperienza piena. E, tuttavia, a leggere in Italia la successione di decreti economici di quest’anno di “guerra” e la stessa Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza (Nadef), si ha la sensazione che ci continuino a mancare – ancora più dei soldi – il tempo e l’organizzazione per pensare. Ci manca la forza per immaginare il mondo nel quale stiamo entrando e di valutare utilizzando strumenti di previsione che non possono più essere quelli che gli economisti usavano per un contesto che non c’è semplicemente più.

Il ministro Provenzano può contare sul buon senso e sulla stessa Commissione Europea quando insiste sulla proroga della riduzione di ciò che costa alle imprese mantenere ed aumentare l’occupazione nel Mezzogiorno. La Nadef definisce le caratteristiche principali della prossima Legge di Stabilità e vuole garantire il finanziamento anche nei prossimi dieci anni della misura che consente un esonero del 30% dei contributi previdenziali dovuti per tutti i lavoratori residenti nelle sei regioni che sono in ritardo di sviluppo e che nella previsione del decreto del 14 agosto costa circa 1 miliardo e mezzo per i soli ultimi tre mesi del 2020. Il ministero dell’Economia sembra, cioè, volersi muovere anche prima dell’autorizzazione della Commissione Ue che, pure, viene chiesta per rispondere agli effetti straordinari della pandemia sull’occupazione e, in particolar modo, a quelli nelle aree già appesantite da “grave disagio socio-economico”.

Provenzano fa bene ad insistere su tali misure perché esse hanno il vantaggio di poter essere spese velocemente; di arrivare direttamente agli imprenditori i cui livelli di fiducia sono fondamentali per evitare un’ulteriore ecatombe produttiva; infine, perché è la stessa Commissione – nella comunicazione che ha fornito la base teorica per determinare in 750 miliardi i fabbisogni determinati dall’emergenza – ad assumere che siano i territori a più basso reddito quelli che hanno il potenziale più elevato (anche se sono gli stessi regolamenti dei finanziamenti per la coesione – dovrebbero servire esclusivamente per investimenti di tipo strutturale – a renderne complicata l’utilizzazione per fornire vantaggi fiscali di tipo generale). 

E, tuttavia, ciò che lascia perplesso è che, però, la Nadef – nelle stesse righe nelle quali promette la proroga delle detassazioni per il Mezzogiorno – appare rimandare ad una più “ampia riforma fiscale”, la revisione di tutta la materia dei sostegni familiari con l’introduzione di un unico assegno che universalmente arrivi a tutti i genitori in funzione del numero di figli (nonché del reddito). Non si capisce, infatti, perché far dipendere una misura che deve far parte di una strategia complessiva di ridisegno del Welfare da una riforma di natura diversa (fiscale, anche se è vero che gli assegni per i figli saranno parzialmente coperti dall’abolizione di una serie di complicate esenzioni). Tantomeno appare ragionevole voler rimandare ad una data incerta un provvedimento che è direttamente legato all’emergenza scatenata dal virus che colpisce più duramente le famiglie con figli a carico sulle quali si sono scaricate – senza sconti – i costi della chiusura delle scuole. 

In realtà, un Paese che ha bisogno di diventare molto più resistente a crisi destinate a ripetersi, ha bisogno sia di spostare i carichi fiscali che attualmente scoraggiano il lavoro e premiano la rendita, sia di una riorganizzazione degli strumenti di assistenza che devono poter raggiungere chiunque si trovi in una situazione di bisogno. 
Abbiamo bisogno di utilizzare molto di più un pezzo del Paese che, in questi anni, ha raggiunto uno stadio di desertificazione produttiva e sociale; tenendo, però, conto che il Sud non esiste più (da tempo) come blocco monolitico e che, con molta maggiore precisione, dobbiamo stimolarne le specializzazioni potenziali.

Dobbiamo capire con molta più efficacia chi ha davvero bisogno di un supporto finanziario – l’Isee ha gli stessi problemi di affidabilità delle voci che lo compongono (reddito dichiarato, immobili a valore catastale) e molto meglio sarebbe cominciare a progettare un sistema che utilizzi le capacità delle tecnologie di misurare capacità di consumo e patrimoni immobiliari – e disegnare progetti di formazione personalizzati che producano lavori nuovi, laddove è stata questo il fallimento più grave dell’esperienza del reddito di cittadinanza (e dell’Agenzia chiamato a governarlo).


Di fronte a problemi di dimensione e qualità nuova, abbiamo, in realtà, bisogno di sperimentare soluzioni diverse; valutare qual è l’impatto di forme più o meno radicali di detassazione su specifiche aree; misurare quanto diverse politiche di supporto alle famiglie ne aumentano la resistenza alle crisi. Serve molta più creatività, visione, pragmatismo per navigare in una crisi di cui la stessa Nota del ministero dell’Economia, la stessa Commissione Europea e gli organismi internazionali fanno fatica a perimetrare gli impatti. 

La sensazione è quella di non avere sufficienti risorse per tappare tutte le crepe che minacciano di aprirsi; l’innovazione, però, scatta proprio nel momento in cui l’istinto di sopravvivenza, la fame come avrebbe detto Primo Levi, ci porta a concepire soluzioni che non possono più essere quelle dei percorsi inerziali che i custodi di bilanci pubblici fragili devono assolutamente evitare. 
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