Carlo Nordio
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Quorum del sì al 25%/ Il referendum snaturato per premiare le minoranze

Giovedì 10 Gennaio 2019 di ​Carlo Nordio
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La proposta di una legge costituzionale sostitutiva del “quorum” per la validità del referendum si inserisce in quel filone filosofico che si ispira a Jean Jacques Rousseau e che mira ad attuare la cosiddetta “volontà generale” attraverso strumenti di democrazia diretta. Un metodo già in uso nelle civiltà antiche, quando il popolo partecipava personalmente alla formazione delle leggi e anche all’amministrazione della giustizia. 

Atene e Roma lo conobbero nelle varie forme di “ecclesie” e di “comizi”. Si trattava, tuttavia, di Stati molto piccoli con popolazione esigua. Presto questo sistema dimostrò i suoi limiti, e fu sostituito da altri.

Occasionalmente riapparve in varie forme, per lo più rivoluzionarie e violente, ultima quella della Comune di Parigi del 1871, quando la città fu semidistrutta in parte dai comunardi e in parte dai Versagliesi. Rousseau ha fatto spargere parecchie lacrime con la sua romantica “Nouvelle Héloise”, ma molte di più con le sue funeste e strampalate dottrine politiche. 

La nostra Costituzione ne prevede un esercizio limitato con l’istituto del referendum, valido se vi partecipa almeno la metà degli aventi diritto. Ne sono escluse materie sulle quali il cittadino non ha la dovuta preparazione, come ad esempio la ratifica dei trattati internazionali. Oppure temi sui quali il cittadino potrebbe esprimersi con esaltazione interessata, come la materia tributaria.

La proposta ieri approvata mira a introdurre (di fatto drasticamente abbassandolo) il cosiddetto quorum “approvativo” al 25% degli aventi diritto. In origine i pentastellati avevano addirittura sostenuto la validità della consultazione indipendentemente dal numero dei votanti, ipotesi fortunatamente abbandonata. Ma anche così, i danni sarebbero assai seri. E per almeno tre ragioni.

La prima è proprio di ordine filosofico. La cosiddetta “volontà generale”, di per sé stessa formula vaga e metafisica, è, all’atto pratico, un’astrazione inattuabile e comunque fatale. Poiché infatti il contenuto di ogni legge presuppone un grado di informazione e di competenza, è assurdo pensare che queste ultime aumentino con l’aumentare di chi può mettervi del suo. Così come centomila cretini non fanno un intelligente, così venti milioni di elettori non fanno altrettanti esperti di medicina, di finanze o di giustizia. Anzi, più aumentano le voci, più aumenta le confusione. Pensate a un’assemblea condominiale. 

La seconda è di ordine istituzionale. Benché frutto di un miracoloso compromesso tra cattolici e marxisti, la nostra Costituzione mantiene comunque un impianto coerente, fondato appunto sulla democrazia rappresentativa. Non solo perché pone al centro un Parlamento eletto dal popolo, e svincolato dal vincolo di mandato, ma perché tutti i suoi organi principali, dal Presidente della Repubblica alla Corte Costituzionale al Consiglio Superiore della Magistratura sono di nomina indiretta, talvolta di secondo e terzo grado. Cosicché, coerentemente, essa limita il referendum non solo nelle materie suscettibili di abrogazione, ma anche nella misura della partecipazione popolare. 

L’effetto della riforma sarebbe dunque dirompente nella sistematicità dell’organismo. È vero che ci siamo abituati, perché ormai le leggi si fanno secondo l’estemporanea convenienza elettorale, ma toccare la Costituzione non è toccare un codice. Ne risulterebbe un pasticcio ingestibile che richiederebbe sempre nuovi adattamenti fino al collasso finale.

La terza ragione è politica. Il referendum è nato - essenzialmente per opera dei radicali - come strumento estremo per correggere storture del nostro sistema sedimentatesi in decenni di regime monarchico prima e fascista poi, alle quali il Parlamento aveva opposto un’insopportabile inerzia. Ora tuttavia rischia di accadere il contrario. Non più un rimedio a una visione statica e conservatrice, ma una sorta di disordinato assalto alla diligenza senza la cultura e la dialettica di Marco Pannella, ma con lo strumento dilettantesco dei social network e delle precarie piattaforme di ignoti ed entusiasti sostenitori. 

Si dirà che il Parlamento, con il suo umiliante esautoramento e il deplorevole cambio di casacca di tanti suoi componenti, non ha dato gran prova di sé. Ma è proprio questo il punto: che il sistema parlamentare si è rivelato insufficiente proprio perché ha perso progressivamente la sua funzione di filtro e di selezione elitaria delle competenze, cioè per le ragioni opposte a quelle per le quali oggi si vorrebbe delegittimarlo definitivamente.

Dunque c’è solo una speranza. Che l’eventuale riforma costituzionale, non raggiungendo la maggioranza qualificata, venga a sua volta sottoposta a referendum, e da quest’ultimo, come nemesi paradossale, solennemente bocciata. Ultimo aggiornamento: 00:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA