Carlo Nordio
Carlo Nordio

I dem e i grillini/ L’eroica impresa di resuscitare l’avversario ormai alle corde

Mercoledì 14 Agosto 2019 di Carlo Nordio
Le leggi generali della politica estera e interna sono state dettate, secoli fa, da Tucidide e da Machiavelli. Il primo, nell’ultimatum che gli Ateniesi rivolgono ai Meli, ci dimostra che le nazioni forti mirano sempre a dominare quelle deboli. Il secondo, additando ad esempio Cesare Borgia, ci insegna che l’avversario va comunque eliminato. 
Questi “Moralia minima”del governare possono essere adattati ai tempi e ai luoghi - e nessuno oggi agirebbe con la spietatezza degli ateniesi o la spregiudicatezza del Valentino - ma non possono essere sovvertiti, sotto pena di fallimento. E poiché in politica nulla ha più successo del successo, e chi perde ha sempre torto, agire ignorandone i princìpi può condurre ad esiti infausti. Come quelli che rischia la nuova coalizione caldeggiata dal Pd che, sovvertendo gli insegnamenti dello scrittore fiorentino, sta soccorrendo un avversario moribondo.
Se infatti è vero che i grillini sono stati svuotati elettoralmente da Salvini, è anche vero che quei voti erano stati ottenuti, in buona parte, a spese dei democratici, che avevano pagato - a torto o a ragione - i risultati della precedente legislatura. Ora, nel momento in cui Di Maio e compagni rivelano i limiti di un’insufficiente cultura di governo, ecco arrivare in soccorso proprio la loro vittima più illustre.
Contraddicendo il suo segretario, che aveva annunciato l’immediato ricorso alle urne, Renzi infatti propone un governo agli arcinemici di un tempo, che così riprendono fiato. Spiazzato, Zingaretti prospetta (tatticamente) con loro un governo di legislatura. 
Questo improvviso revirement può essere determinato dalla speranza di fare con i pentastellati, una volta associati al governo, quello che con loro ha fatto Salvini: svuotarli dall’interno, e suggellarne la fine. Ma l’impresa è difficile. Innanzitutto perché il leader leghista aveva alle spalle un partito compatto, mentre il Pd è in balia di correnti che oggi lo tagliano almeno in due. E poi perché Salvini offriva all’elettorato, suo e anche altrui, alcuni prodotti di seduzione: la riforma della legittima difesa, il controllo dell’immigrazione, l’aumento della sicurezza, la modifica della Fornero, il taglio delle tasse. Argomenti condivisi anche da molti che non lo avevano votato, e che ne hanno fatto schizzare i sondaggi a percentuali veterodemocristiane. 
Cos’ha da offrire oggi il Pd? Stando alle dichiarazioni di intenti, il punto essenziale sarebbe una manovra tranquillizza-mercati. Auspicabile, ma al momento conseguibile solo con misure impopolari, che dovrebbero essere ingoiate dai pentastellati con ben maggior difficoltà di tutti i precedenti compromessi contrattuali di Conte. Con il rischio che la confusione progettuale della nascente maggioranza costituisca di fatto aiuto al centrodestra, che la nuova opzione renziana ha fatto il miracolo di riunire.
Non è tutto. Proprio perché incombono le gravose e ineludibili scadenze finanziarie, il prossimo governo dovrà imporre a tutti amari sacrifici. Salvini ha assicurato che può coniugare il blocco dell’Iva con la flat tax senza rischi di sanzioni europee e senza terremoti dei mercati, ma non ha affatto indicato le risorse cui attingere. Mandarlo al governo e costringerlo a scoprire le carte conterebbe più dei centomila appelli contro «l’avanzata dei barbari» e altre stupidaggini, che ormai gli elettori considerano petulanti formule infantili, occupati come sono a mantenere il posto di lavoro e l’integrità dei risparmi. Sollevare Salvini da questa potenziale quanto onerosa responsabilità, offrendogli l’alibi di non governare un vascello che rischia di affondare, significa fargli un altro regalo.
Davanti a tanti paradossi e inspiegabili contraddizioni, viene da domandarsi se sotto sotto il fronte anti-voto non nutra timori ben più seri di una possibile ( e tutto sommato limitata) sconfitta elettorale. Questo timore forse c’è, e si chiama Presidenza della Repubblica. Andando ora alle urne, il nuovo Parlamento potrebbe esprimere tra due anni, e per la prima volta nell’ultimo mezzo secolo, un Presidente di centrodestra. A parte il ruolo sempre più incisivo assunto progressivamente dall’Istituzione, il nuovo Capo dello Stato nominerà vari giudici costituzionali, presiederà il Csm, e potrebbe assecondare riforme oggi al palo con il governo giallo-verde. 
Se questi sono i timori, allora è possibile che l’opzione anti-voto si realizzi, anche a costo di una catastrofe più grave di quella di Conte e di un trionfo di Salvini. Se fossi un elettore direi di un simile disegno quello che dice Polonio della pazzia di Amleto: è vero che sia un peccato, ed è un peccato che sia vero. Ultimo aggiornamento: 00:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA