Pd e processi infiniti/ Un sussulto di dignità per salvare le garanzie

Giovedì 16 Gennaio 2020 di
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La decisione del Pd di approvare l'emendamento soppressivo della proposta di legge Costa sulla prescrizione, cioè di lasciare le cose come stanno allineandosi al giustizialismo grillino, ci induce a due considerazioni, l'una giuridica e l'altra politica: ed entrambe sono considerazioni amare.
Sotto il profilo giuridico, la nuova legge sulla prescrizione è una mostruosità indegna di un paese civile. Prima di tutto è di dubbia costituzionalità, perché allungando i tempi dei giudizi confligge con il principio della loro durata ragionevole. In secondo luogo è afflittiva per le vittime, che vedranno i risarcimenti rinviati di anni e forse di decenni, al momento della sentenza definitiva. E infine è disonorevole per lo stesso governo, che aveva solennemente promesso di introdurla unitamente alla riforma diretta a rendere i processi più rapidi. Riforma di là da venire, surrogata da una vaga e generica dichiarazione di intenti da parte del ministro Bonafede su un varo in tempi rapidi (sono passati mesi ormai) alla quale non crede nessuno. Del resto la riprova dell'ambiguità è nelle cose: sarebbe bastato introdurre le due novità simultaneamente, mentre l'una è certa nei suoi danni, l'altra è incerta nel se e nel quando dei suoi rimedi. Né varrebbe confidare nel cosiddetto lodo Conte, che limiterebbe gli effetti funesti della sospensione della prescrizione alle sentenze di condanna, escludendo quelle di proscioglimento. 

Un insignificante pannicello che peraltro aumenterebbe le ragioni di incostituzionalità, per disparità di trattamento. E sarebbe interessante riportare, in una sorta di tavole sinottiche, i cattedratici proclami con i quali lo stesso Conte (1 e 2) ha annunciato la contemporaneità di queste riforme, e quelli altrettanto austeri e declamatori con i quali il Pd aveva escluso ogni accomodamento con simili disposizioni giacobine. Altro che pesi e contrappesi.
E questo ci conduce al secondo punto, quello politico.
Il Pd sin dall'inizio ha dovuto ingoiare bocconi molto amari, mascherando questa difficile digestione con l' esigenza - legittima ma meno nobile - di evitare le urne. Chiedeva la discontinuità, la supremazia del Parlamento, la revoca e la modifica di vari provvedimenti, (dalla sicurezza alla quota cento al reddito di cittadinanza) e tante altre cose: si è ritrovato il medesimo Primo Ministro, l'interferenza normativa della piattaforma Rousseau e una sostanziale inerzia nel rimediare a quelli che considerava gli errori del precedente esecutivo. Per di più ha perso per strada anche la componente garantista renziana. In tutto questo, non riesce a svincolarsi dall'ipoteca pentastellata, e dove potrebbe trovare un sussulto di coerenza soffoca nel pantano della subalternità.

Il rischio è che, rinnegando i suoi stessi appelli in un settore così significativo come la giustizia, il Pd retroceda. Tutti gli sforzi che la parte illuminata della Sinistra ha fatto in questi due decenni per affrancarsi dall'abbraccio giustizialista si vaporizzerebbero ora davanti alla prospettiva, peraltro futura e incerta, di una manciata di consensi da pescare nelle schiere grilline. 
Tra l'altro non è nemmeno una strada semplice. Al contrario presenta delle insidie. Non solo perché i renziani si sono già defilati, ma perché all'interno del partito vi è ancora qualcuno per il quale una messa, come diceva Croce, vale molto di più di Parigi, perché è questione di coscienza. I prossimi giorni ci diranno se questo residuo di coscienza abbia un sussulto di dignità, o si sia definitivamente assopito Ultimo aggiornamento: 00:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA