Alessandro Campi
Alessandro Campi

Incapaci di sintesi/ Come galleggiare fino alle Europee senza decidere

Domenica 10 Marzo 2019 di Alessandro Campi
Quando si hanno idee o prospettive d'azione differenti, in politica si ricorre al compromesso: arte nobile anche se assai vilipesa dal momento che praticarla richiede doti (dalla prudenza alla capacità di valutare il contesto, le alternative e gli interlocutori) che non tutti hanno. Compromesso o mediazione vuole dire cercare una soluzione che sia la sintesi razionale tra proposte in partenza divaricanti.

Rispetto a questo modo di procedere, bisogna dare atto all'attuale governo d'aver inventato un metodo innovativo: invece di bilanciare le loro diverse visioni in vista di un accordo che sia di vantaggio per tutti (inclusi, se possibile, gli italiani che dovrebbero guidare verso un relativo benessere) Lega e M5S si limitano a farle convivere. L'importante per loro non è scegliere, dopo essersi confrontati magari anche duramente, ma tenere il punto rispetto al proprio elettorato, ovvero temporeggiare sperando che si trovi un cavillo legale, un espediente o un fattore esterno che aiuti a sbrogliare la matassa.

L'obiettivo non è decidere ma evitare che uno dei due debba fare un passo indietro o perdere la faccia rispetto alle promesse fatte, con la speranza segreta che il trascorrere del tempo basti da solo a smorzare e diluire i contrasti. Come con questo metodo dilatorio si possa governare un Paese resta un mistero, ma è esattamente quello che sta accadendo con lo psicodramma Tav. Lo si è visto ieri sera con la rinuncia italiana ai bandi di gara annunciata dal premier Conte. Si è deciso di non decidere, anche se va dato atto a Conte di aver dimostrato, in questa situazione, una certa abilità. Non era in effetti facile trovare una scappatoia politico-formale per come si erano messe le cose: non trovando un accordo in casa, si è rimandata la questione a livello europeo. È l'espediente antico, ma spesso efficace, della palla lanciata in tribuna in attesa che i giocatori si diano una calmata. Si è proposto perciò di ridiscutere integralmente il progetto, ma al tempo stesso si è detto che non si vogliono perdere i finanziamenti europei. I grillini annunciano che, con questa mossa, la loro identità ideologica è salva (parole del presidente della Camera Fico). I leghisti dicono che comunque l'opera alla fine si farà, perché serve allo sviluppo del Paese, e che il rinvio dei bandi è solo uno slittamento tecnico. L'unica cosa certa, in questa confusione, è che si è guadagnato ancora un po' di tempo. Naturalmente, tutto ciò non è casuale. Non è solo spirito d'improvvisazione travestito da cultura del cambiamento.

Questo modo di fare dipende dall'errore di aver fatto nascere l'esecutivo giallo-verde a partire non da un'alleanza politica o da un accordo sulle cose da fare insieme, ma da un contratto nel quale i due contraenti hanno inserito i loro rispettivi temi di propaganda e si sono dati come obiettivo di realizzarli ognuno per proprio conto. Non un programma condiviso dopo una trattativa, ma un programma lottizzato. Non una sintesi, ma una sommatoria. E i risultato si vedono. La domanda è quanto tutto ciò possa durare. Fino alle Europee sicuramente, dal momento che prima di allora non conviene a nessuno (nemmeno al Pd) far precipitare la situazione. Ma la domanda se non sia meglio andare al voto dopo che le forze politiche si saranno contate nella loro forza reale a questo punto è tutt'altro che oziosa. Ormai si è capito che il cambiamento in sé non è un programma di governo: è uno slogan che non produce alcuna unità d'intenti. E si è capito altresì che esistono tra Lega e M5S differenze che non sono colmabili. La prima, al netto della retorica securitaria che ha fatto la fortuna recente di Salvini, è un partito che ha una lunga consuetudine con l'attività di governo periferico e centrale. Può permettersi di essere estremista nella misura in cui al momento buono sa anche comportarsi in modo pragmatico e concreto. Il M5S, dopo un anno al governo, ha probabilmente capito (e fatto capire) che l'opposizione è ciò che sa fare meglio e ciò che più gli conviene: il radicalismo verbale è la sua ragion d'essere e il motivo della sua fortuna elettorale. In questo bailamme, che probabilmente sarà risolto dal voto europeo, non sarà sfuggito a nessuno che è bastato che il Pd, appena eletto il suo nuovo segretario, si ricordasse di essere un partito d'opposizione scegliendo il sostegno al Tav come proprio cavallo di battaglia, per far esplodere le contraddizioni e i contrasti all'interno del governo, che per quasi un anno era andato avanti senza incontrare grossi ostacoli nel Parlamento e nel Paese. Un governo che non governa e un'opposizione che non fa opposizione. La prima anomalia persiste, la seconda forse l'abbiamo risolta.
  Ultimo aggiornamento: 09:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA