​Alessandro Campi
​Alessandro Campi

Alleanza grillini-dem/ La sconfitta li costringe a convivere solo a tempo

Lunedì 28 Ottobre 2019 di ​Alessandro Campi
Le previsioni e i sondaggi sono stati ampiamente rispettati. Donatella Tesei diventerà presidente della Regione Umbria. Il nuovo centrodestra, a trazione salviniana, ha vinto. Il nuovo centrosinistra, nato dalla convergenza di democratici e grillini nel segno di un civismo malinteso e a questo punto tutto da ripensare, ha perso. Spazio per terze forze (come mostra il risultato testimoniale della lista di Claudio Ricci) non ne esiste. L’Umbria ha anticipato l’Italia sulla via di un rinnovato bipolarismo?

Colpisce, se i dati verranno confermati dallo scrutinio finale, l’entità del distacco: 58,2 per la Tesei, 37,1 per Bianconi. Ci si è chiesti più volte, nella giornata di ieri, come interpretare la grande crescita dei votanti rispetto alle europee del 2019 e alle regionali del 2015. Si pensava potesse favorire la sinistra: una chiamata alle armi in funzione antisalviniana. In realtà ha favorito massicciamente la destra: una corsa alle urne nel segno della discontinuità. Questo dato è anche la conferma che l’astensionismo e il ritiro dalla politica in questi anni ha riguardato soprattutto il mondo in senso lato moderato o anti-sinistra. Tra i delusi dal berlusconismo evidentemente non pochi hanno trovato nel salvinismo una nuova ragione per mobilitarsi.

Mai, nella storia italiana recente, un voto locale era stato tanto caricato di aspettative nazionali. Col rischio di far dimenticare le ragioni per cui gli umbri hanno dovuto affrontare una scadenza elettorale anticipata: uno scandalo politico-giudiziario, legato alla gestione della sanità, rivelatore di un sistema di potere che non era corrotto, quanto logoro e autoreferenziale e sfacciato, reso arrogante dal convincimento di non avere alternative. I cittadini votano per motivazioni spesso diverse da quelle che muovono le valutazioni degli analisti. Coloro che hanno immaginato un referendum pro o contro Salvini o un pronunciamento sulla maggioranza che sostiene l’attuale governo rosso-giallo, hanno trascurato il peso dei fattori interni (i timori degli umbri per la crescente marginalizzazione del loro territorio, così come certificata da tutti gli indicatori statistici) e soprattutto l’impatto emotivo che sull’opinione pubblica locale aveva avuto quella vicenda scoppiata appena pochi mesi fa. 

In Umbria c’era, radicata e trasversale, una grande voglia di cambiamento. Dopo cinquant’anni di egemonia ininterrotta della sinistra nelle sue diverse permutazioni (dal Pci operaista e popolare al Pd divenuto il partito riferimento del ceto medio riflessivo di matrice urbana) si è preferito dare alla destra, che in questa contesa era oggettivamente il nuovo e il diverso rispetto al passato, la possibilità di mettersi alla prova. Per riuscire o per sbagliare lo vedremo.

Soprattutto s’è punita l’idea, accarezzata furbescamente dal Pd dopo le dimissioni forzate del suo Presidente Catiuscia Marini, che il rinnovamento dei propri gruppi dirigenti potesse avvenire facendo leva sul mimetismo e sulla memoria corta dei cittadini. Da qui il trucco di una coalizione cosiddetta civica messa in piedi una settimana prima della chiusura delle liste e guidata da un candidato valido come imprenditore ma di nessuna esperienza politica e per di più sospettato d’essere stato sino al giorno prima un elettore discreto del centrodestra. Ma l’espediente, che doveva anche far digerire il patto anch’esso improvvisato tra Pd e M5S, non ha funzionato. Gli elettori hanno ritenuto in maggioranza che per la sinistra umbra la lontananza dal potere possa essere più salutare di qualunque alchimia dell’ultima ora.

D’altro canto, il trend elettorale di questa regione parla chiaro da tempo. Quasi tutte le principali città dell’Umbria (a partire dalle due capoluogo di provincia, Perugia e Terni, seguite da Spoleto, Foligno, Todi, Orvieto, Umbertide, ecc.) in anni recenti sono passate al centrodestra. La conquista della Regione ad opera della Tesei è solo la conclusione di questo cambiamento d’umore collettivo che si è tradotto in fascinazione per la Lega salviniana, ma che ha motivazioni strutturali e profonde, che nulla c’entrano col rischio, da alcuni paventato strumentalmente, d’una virata in senso xenofobo e intollerante di questa placida regione.

Parliamo infatti di ben altri fattori: la disgregazione sociale delle antiche comunità locali causata dal persistere della crisi economica, col conseguente bisogno di protezione e sicurezza; la grave contrazione del tessuto produttivo-imprenditoriale e l’aumentare della disoccupazione soprattutto giovanile, conseguenza anche del fallimento delle politiche dirigiste e centralizzatrici perseguite per decenni dalla Regione; la fine, a causa del drastico contrarsi delle risorse pubbliche, dello scambio tra prestazioni sociali e consenso elettorale praticato a lungo dalla sinistra grazie al monopolio della macchina amministrativa; l’invecchiamento della popolazione cui fa da specchio negativo la fuga fuori regione delle energie più giovani. Una società che teme sempre più per il suo futuro è normale che cerchi nuovi santi a cui affidare il proprio destino. 

E la politica nazionale? Ha contato anch’essa, certamente. Se la destra ieri ha vinto in Umbria è anche perché ha trovato un leader che ha deciso di dare battaglia a tutto campo contro gli avversari della sinistra. Ai tempi di Berlusconi lo scontro tra opposte coalizioni era all’insegna di un fair play (e di una divisione delle spoglie politiche) che in politica, a dirla tutta, non ha molto senso. Nella terra di San Francesco il centrodestra, soddisfatto dei successi ottenuti a livello nazionale o in altri contesti territoriali, ha sempre fatto l’opposizione di sua maestà: graffiava ma non mordeva, come se l’Umbria – per ragioni di grandezza geografica e di peso economico – non fosse una preda politicamente appetibile, o fosse un contentino da lasciare in perpetuo ai competitori. 

Stavolta, a spingere per la conquista dell’Umbria, c’era da parte del centrodestra una motivazione in effetti inedita, determinata dalla bizzarra contingenza politico-parlamentare che si è prodotta dopo la caduta ad agosto del governo giallo-verde. La nascita del Conte bis ha aperto uno scenario oggettivamente inedito, che ha spinto Salvini e i suoi alleati verso una politicizzazione estrema della partita umbra. Non solo per provare a dare una spallata al governo nel caso di una vittoria eclatante, spallata che ragionevolmente non ci sarà visto l’equilibrio delle forze in Parlamento, ma soprattutto per testare il nuovo centrodestra che ha preso sempre più corpo nelle ultime settimane (e che ha avuto il suo battesimo formale durante la manifestazione a Roma dello scorso 19 ottobre). Centrodestra che non è solo a riconosciuta (ormai anche dal Cavaliere) guida salviniana, ma che sta puntando a strutturarsi come sintesi originale, anche rispetto alle altre esperienze europee, di più anime: quella identitario-sovranista della Lega, quella nazional-conservatrice di Fratelli d’Italia, quella liberal-moderata di Forza Italia. 

Ci si chiede se dopo questa sconfitta reggerà l’accordo M5S-Pd. A livello nazionale, certamente: come rinunciare, avendo i numeri, alla scelta del futuro Capo dello Stato? Ma resisterà anche in periferia, a dispetto di quello che va dicendo di Maio? Il voto umbro, al di là dell’esito negativo per il centrosinistra, è infatti servito a dimostrare come l’alleanza rosso-gialla, specie dopo la defezione renziana, sia per i due partiti una strada impervia. Non è solo una convergenza di idee, visioni e programmi, comunque da affinare, non è solamente una questione di elettorati che hanno in effetti sensibilità comuni su molti temi (la componente destrorsa del grillismo l’ha inglobata da un pezzo Salvini), ma brutalmente una questione di numeri. Parliamo di due forze in difficoltà sul piano politico-progettuale e dei consensi, che per provare a vincere debbono forzatamente trovare ragioni plausibili per stare insieme. Ma in Umbria è andata decisamente male. Il fallimento dell’esperimento umbro, come ammette M5S, e i dubbi che montano nel Pd, dicono però che il futuro sarà pieno di ostacoli. E che la disfatta li costringe a stare insieme solo a tempo. 
Ultimo aggiornamento: 01:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA