Alessandro Campi
Alessandro Campi

L’Europa condannata ad alleanze tra diversi

Lunedì 30 Settembre 2019 di Alessandro Campi
Le spiagge alla moda (e i rapporti ambigui coi russi rimasti maestri di “dezinformatzija” e manipolazione politica anche dopo la fine della Guerra fredda) decisamente non portano bene alla destra populista europea.
Quella leghista ha fermato la sua corsa al rustico Papeete di Milano Marittima: Salvini aveva i sondaggi in poppa e tra un mojto e un ballo sulle note dell’Inno di Mameli ha pensato che facendo cadere il governo avrebbe ottenuto elezioni anticipate per lui vittoriose. Come è andata a finire l’abbiamo visto, essendo nel frattempo scoppiato anche il cosiddetto Russiagate. Il coinvolgimento di uomini dell’entourage salviniano in una storia di supposte tangenti pagate da Mosca sull’acquisto di petrolio non ha certo aiutato le ambizioni del Capitano. Per quella austriaca è stata invece fatale l’intramontabile Ibiza, dove Heinz-Christian Strache, leader del Partito della Libertà e alleato al governo del popolare Sebastian Kurz, s’è fatto beccare mentre proponeva lucrosi contratti ai russi – tramite un’avvenente intermediaria – in cambio di un loro sostegno alla sua campagna elettorale. Trappola affaristico-sessuale a danno di un politico gonzo o intrigo internazionale ben architettato dai servizi di chissà quale Paese? Fatto sta che le sue obbligate dimissioni hanno portato alla fine del governo di coalizione tra popolari e nazionalisti nato dopo le elezioni politiche dell’ottobre 2017 e alle elezioni anticipate tenutesi ieri.

Un test importante per ragioni interne, ma anche perché l’Austria è il primo Paese che andava al voto dopo le Europee dello scorso maggio (a novembre toccherà alla Spagna). E che ha prodotto quel che si poteva immaginare e che i sondaggi aveva ampiamente annunciato: il vistoso arretramento del fronte populista. Quasi dieci punti in meno rispetto al 2017: dal 25,9% al 16,7%. Persino poco visto che gli scandali sono continuati sino all’altro ieri, quando si è scoperto che Strache e famiglia vivevano praticamente a sbafo delle casse del partito e dunque dei militanti del medesimo. In compenso ha trionfato Sabastian Kurz, alfiere di un popolarismo che rispetto ad altri partiti centristi o conservatori europei ha scelto apertamente la strada della competizione/collaborazione con la destra nazionalista e populista. Adottandone alcune posizioni, ad esempio in materia di contrasto all’immigrazione clandestina. E accettando di dividere con essa la responsabilità del governo.

E la questione è esattamente questa. Dopo il voto trionfale di ieri – ha superato il 37% dei consensi, avendo ottenuto due anni fa il 32,% – Kurz manterrà questa scelta (come potrebbe sembrare dalle posizioni che ha tenuto durante la campagna elettorale, assai spostate a destra) o proverà nuove strade dopo l’esperienza non proprio entusiasmante del governo coi nazional-populisti e tenuto conto di come è cambiato il quadro politico europeo nel corso degli ultimi mesi? 

Una possibilità, l’accordo coi socialisti ancora in caduta libera (col 22,5 dei voti hanno ottenuto ieri il peggiore risultato della loro storia), sarebbe una sorta di ritorno al passato. L’Austria ha una storica tradizione di consociativismo parlamentare e governativo tra popolari e socialisti: riflesso di un sistema spartitorio esteso in ogni ambito di attività sociale ed economica. Se Kurz è stato così votato forse è anche perché, a partire dalla sua stessa età, ha incarnato un desiderio di rottura con quel sistema di potere, grazie al quale due partiti si spartivano tutto.
Al tempo stesso, la riproposizione di un accordo coi socialisti (e la rinuncia a qualunque forma di collaborazione coi populisti) avrebbe il vantaggio di mettere l’Austria in piena sintonia politica con l’Europa oggi guidata da Ursula von der Leyen.

Ma sulla carta c’è anche la possibilità di un accordo con i Verdi, anch’essi tra i vincitori di questa tornata. Nel 2017, avendo ottenuto il 3,8% dei voti, erano rimasti fuori dal Parlamento non avendo raggiunto la soglia di sbarramento. Il risultato di ieri li accredita d’un sostanzioso 13%, frutto di una crescita dell’ambientalismo politico che nelle scorse elezioni europee ha riguardato molti Paesi europei. E che le recenti mobilitazioni mondiali sul tema dei cambiamenti climatici hanno contribuito a rafforzare. Kurz – da molti considerato un pragmatico e un opportunista disposto a tutto pur di tenersi il potere, da altri apprezzato per essere un calcolatore freddo – potrebbe essere tentato da questa novità, magari sulla falsariga dello sparigliamento politico che si è prodotto anche in Italia con la nascita del governo giallo-rosso. Certi schematismi ideologici e certe storiche contrapposizioni, si sostiene, non reggono più. Peraltro a livello locale i popolari collaborano già con gli ambientalisti (e con i liberali di sinistra). Perché non estendere la collaborazione anche a livello nazionale? Sarebbe una formula d’alleanza, come nel caso italiano, tesa ad isolare e neutralizzare i populisti dell’estrema destra: anche per questo l’Europa la vedrebbe di buon occhio. Resta solo da capire come i Verdi possano trovare una qualche sintonia con Kurz vista la linea dura sull’immigrazione che quest’ultimo continua a sostenere.

Non è dunque da scartare la terza possibilità: che Kurz voglia riproporre l’alleanza tra neri (popolari) e blu (nazionali). Questi ultimi, con la batosta che hanno preso, sarebbero alleati meno esigenti e più accomodanti, oltre ad aver col giovane Cancelliere in pectore una maggiore sintonia di valori e programmi. La cosa paradossale, stando alle prime dichiarazioni dopo la chiusura dei seggi, è che sono proprio i nazional-populisti i più restii ad una simile soluzione. Come ha sostenuto il loro nuovo segretario, Harald Vilimsky, dopo il pessimo risultato ottenuto è preferibile concedersi una pausa all’opposizione. Ma per fare cosa? Non si tratta tanto di riprendersi dagli scandali, magari facendo affidamento sulla memoria corta degli elettori. Quanto, più ragionevolmente, di riflettere sulla propria strategia e sul loro stesso modo di fare politica. E’ un problema – al tempo stesso d’immagine pubblica e di sostanza politica – che hanno in realtà tutti i populisti europei. I loro gruppi dirigenti sono spesso grossolanamente selezionati e incapaci di tessere rapporti costruttivi con la società al di là dei successi elettori ottenuti. Hanno un consenso costruito in gran parte su campagne allarmistiche e su pochi slogan ripetuti all’infinito. Non riescono a tessere alleanze politiche stabili o a fare rete, soprattutto fuori dai confini nazionali. Hanno piattaforme politico-ideologiche spesso improvvisate e incoerenti, specie quando si tratta di scegliere da che parte stare nelle grandi partite internazionali. Tendono a scivolare troppo facilmente verso uno sterile estremismo verbale. 

Ieri il leghista Giorgetti ha sostenuto che non è da escludere la possibilità che il suo partito aderisca, prima o poi, al Partito popolare europeo. Che è esattamente come dire che il radicalismo populista, anche quando porta voti e consensi, difficilmente produce una reale affermazione politica. Vale per l’Italia come per l’Austria. Il che significa che una delle partite interessanti da seguire nel prossimo futuro sarà proprio come i movimenti e partiti nazional-populisti, per uscire dallo sterile isolamento che altrimenti rischia di essere il loro destino, cercheranno di riposizionarsi dal punto di vista politico-ideologico soprattutto nei loro rapporti con il mondo conservatore e moderato.  Ultimo aggiornamento: 00:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA