Alessandro Campi
Alessandro Campi

L’Italia e i suoi interessi/Il conto salato dei giallo-verdi nelle alleanze internazionali

Martedì 5 Febbraio 2019 di Alessandro Campi
Lo sfaldamento dei partiti tradizionali e delle culture politiche che li sostenevano tra le sue conseguenze negative ha prodotto anche lo sfilacciarsi della politica estera italiana. I suoi ancoraggi tradizionali – a partire da quello euro-atlantico – si sono indeboliti. Le sue linee d’intervento (ad esempio nell’area mediterranea) hanno smesso di obbedire ad una visione strategica di lungo periodo. E s’è fatta sempre più incerta la definizione degli interessi nazionali (e degli strumenti politici utili a difenderli).

Già Berlusconi aveva rappresentato un cambio di passo. Innanzitutto sul piano dello stile, con la sua diplomazia basata sul sorriso, l’informalità e le relazioni personali. Ma né la discussa partnership con Putin motivata da convergenti interessi energetici, né l’appiattimento sugli Stati Uniti all’epoca della guerra al terrorismo, né i continui attriti con l’Unione europea hanno mai comportato l’isolamento diplomatico dell’Italia o la una messa in discussione della sua rete di alleanze.

La vera discontinuità (prima culturale, poi politica) è invece arrivata con l’ascesa elettorale del M5S, con la nascita della Lega nazional-sovranista e, da ultimo, con la creazione di un governo basato sull’alleanza tra queste due forze. La loro collocazione internazionale è stata spesso oggetto di dubbi e critiche.

Dai viaggi di Salvini nella Corea del Nord e in Russia alle simpatie terzomondiste dei principali esponenti grillini, alla comune avversione per un’Europa dominata, a loro dire, da banchieri e tecnocrati e prigioniera dell’egemonia franco-tedesca. 

<HS9>Ma solo adesso ci si sta rendendo conto di come le stravaganti simpatie grillo-leghiste, indirizzate verso regimi, modelli e leader politici assai diversi tra di loro ma accomunati dall’essere non propriamente dei grandi esempi di pluralismo, possano diventare per l’Italia un serio problema, destinato a incidere sulla sua futura collocazione nello scacchiere globale. Lo dimostra la posizione assunta dal nostro governo sul conflitto politico-istituzionale apertosi in Venezuela dopo l’autoproclamazione di Juan Guaidó a capo dello Stato.
<HS9>E’ di ieri la notizia che i principali governi europei, con l’esclusione di quello italiano, hanno ufficialmente riconosciuto Guaidó come presidente ad interim. Nicolás Maduro ha infatti lasciato scadere l’ultimatum di otto giorni che gli era stato imposto per l’indizione di nuove elezioni presidenziali. Una risposta prevedibile a fronte di una richiesta che era per lui politicamente inaccettabile. Maduro ha ancora i militari dalla sua parte e per uscire di scena pretende garanzie personali (un esilio sicuro, ovvero l’impunità).

Così come ai primi non basta un provvedimento d’amnistia, visto che da anni sono coinvolti nelle attività economiche del regime e nello sfruttamento delle risorse petrolifere del Paese: se da un lato vogliono evitare la galera, dall’altro, cedendo il potere ai civili, non vogliono rinunciare ai loro guadagni. Senza considerare che anni di predicazione ideologica di stampo nazional-bolivarista e di elemosine di Stato ai ceti popolari hanno creato una base sociale di pretoriani che Maduro può ancora sperare di mobilitare contro i suoi oppositori. Il che significa che uscire dall’attuale impasse – uno scontro tra legittimità rivoluzionaria e legalità costituzionale – richiederà certamente una lunga e complessa trattativa, un paziente lavoro di mediazione da parte della comunità internazionale, fallendo i quali si rischia lo scoppio di una sanguinosa guerra civile.

<HS9>Dinnanzi a questo scenario incerto l’attendismo italiano rispetto alle accelerazioni diplomatiche europee potrebbe persino avere un senso politico. Nel recente passato si sono date per scontate transizioni alla democrazia che poi si sono rivelate problematiche, impossibili o fasulle. Basta ricordare gli entusiasmi per le “primavere arabe”, tragicamente frustrati nel giro di pochi mesi. Fatti tutti questi distinguo il problema è che la posizione fintamente neutralista assunta dal governo italiano, su spinta essenzialmente del M5S, non è stata dettata da un qualche ragionamento di stampo realista, o dalla volontà di assumere una posizione nel segno dell’equilibrio e dello spirito di mediazione, ma da fattori puramente ideologici ed emotivi: l’anti-americanismo coltivato dall’ala movimentista e no-global del movimento; la matrice populista, democratico-radicale e anti-capitalista del bolivarismo chavista (che tra i suoi dottrinari e consulenti governativi ha avuto gli spagnoli di Podemos, quanto di più simile al M5S ci sia attualmente in Europa); l’idea che la sovranità nazionale, essendo assoluta, vada sempre difesa da qualunque forma d’intromissione esterna, anche dinnanzi ad una catastrofe umanitaria. Il pasdaran Di Battista – tra i grillini il campione di un romanticismo rivoluzionario da viaggiatore sacco in spalla – ieri ha sostenuto che nella crisi venezuelana l’Italia, rompendo con un passato di acquiescenza ai diktat statunitensi, deve trovare il coraggio di restare neutrale nel nome del sacrosanto principio di non-ingerenza. In realtà, come ha ricordato con fermezza e buon senso il Presidente Mattarella, tra democrazia e dittatura, tra libertà e violenza, non dovrebbero esserci dubbi su quale sia la parte giusta: sul piano morale, prima che su quello politico. Il che significa che il vero coraggio sarebbe ammettere che quello di Maduro non è solo un regime dittatoriale in senso tecnico, ma - cosa ancora più grave - un governo autoritario che in nome del popolo ha ridotto quest’ultimo alla miseria. La cui colpa maggiore non è di aver privato il Venezuela della libertà, dopotutto esiste un’opposizione politica in grado di farsi sentire, ma di averne distrutto l’economia e le speranze. Dopo di che – fatta una simile ammissione di condanna – si può anche discutere se la strada degli ultimatum e degli appelli in nome della democrazia sia la più efficace per costringere Maduro alla resa o non sia piuttosto l’ennesima mobilitazione delle coscienze che, mancando peraltro la volontà di ricorrere alla forza, rischia di cronicizzare questa crisi (o persino di acuirla) invece di risolverla.
<HS9>Consola in questa particolare congiuntura la posizione della Lega, più vicina all’Europa che a Putin e dunque favorevole a nuove elezioni presidenziali: un po’ per distanziarsi dai grillini, un po’ per il fatto di considerare Maduro un “dittatore comunista” da abbattere. Resta tuttavia la delicata questione da cui siamo partiti: al governo ci sono due partiti che hanno una proiezione internazionale ideologicamente assai ambigua. E che nel nome del tanto sbandierato sovranismo rischiano di realizzare un tragico paradosso: più si dichiara di difendere gli interessi nazionali sul piano della propaganda, più li si danneggiano nelle scelte politiche concrete.

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