Alessandro Campi
Alessandro Campi

Pd-Cinquestelle/ La difficile alleanza e i rischi per Roma

Lunedì 14 Ottobre 2019 di Alessandro Campi
I partiti sono organismi viventi ed è dunque normale che cambino nel tempo, adattandosi funzionalmente alle circostanze, che a loro volta mutano e non sono sempre le stesse. Ciò significa che tra qualche anno, stante la velocità con cui cambia la scena politica italiana, potremmo avere un sistema partitico profondamente diverso dall’attuale, con nuovi soggetti presenti sulla scena e con forze che, magari mantenendo lo stesso nome, nel frattempo saranno diventate qualcosa di diverso da ciò che erano. Senza considerare la possibilità di riaggregazioni, scomposizioni e fusioni dalle quali potrebbero nascere chissà quali novità.
La maggioranza parlamentare che sostiene il governo Conte bis sembrerebbe prefigurare una di queste novità: un’intesa nata sostanzialmente per ragioni difensive, tattiche e strumentali (impedire lo scioglimento prematuro della legislatura e le elezioni anticipate nel timore che la Lega salviniana potesse vincerle a mani basse ipotecando così il nome del futuro inquilino del Quirinale) potrebbe in effetti evolvere verso una forma d’alleanza organica e strutturale, ferma restando l’autonomia formale dei due contraenti. 
Ma si può anche immaginare che Pd e M5S, rimossi i pregiudizi e le incomprensioni che le avevano rese due forze visceralmente nemiche, finiscano per confluire in un contenitore politico unitario.
Un contenitore politico unitario che, a quel punto, costituirebbe la “nuova sinistra” del futuro.
È quest’ultimo il percorso politico vagheggiato da Grillo, che ha sempre considerato il Pd un partito destinato all’estinzione perché ancora troppo ancorato al Novecento e alle sue mitologie: l’organizzazione di massa, l’industria come fonte principale di sviluppo e benessere, l’inquadramento ideologico dei militanti, la separazione gerarchica tra capi e seguaci, il ruolo direttivo degli apparati, il lavoro manuale (stabile e seriale) come principale fattore di identità sociale, il predominio del collettivo sull’individuale, la società come composta da blocchi di interesse economici organizzati tra cui mediare secondo logiche di tipo corporativo ecc. 
Dal suo punto di vista quella iniziata con la nascita del governo giallo-rosso non è una tradizionale intesa politico-parlamentare: è piuttosto una contaminazione virtuosa di idee, linguaggi, visioni e strategie guidata però interamente dal M5S in quanto unica forza, tra quelle presenti sulla scena politica italiana, mossa da un autentico desiderio di cambiamento e in grado di interpretare, guidandole sul piano politico, le trasformazioni prodotte nelle società contemporanee dalla rivoluzione tecnologico-digitale. 
Ma Grillo è un visionario che, come lui stesso ammette, più che a progettare il futuro si diverte – come Joker – a portare caos laddove regna un ordine per quanto precario. Per innovare creativamente, per lui bisogna prima distruggere: il contrario del gradualismo teorizzato dalla tradizione del riformismo cui molta sinistra italiana a parole ancora s’ispira. 
Più pragmatici e realisti, poco o punto immaginifici, sono invece i ragionamenti fatti dai suoi interlocutori del Pd, molti dei quali rimasti evidentemente fedeli agli insegnamenti della vecchia scuola comunista. Per loro – come ha ben spiegato Zingaretti – l’accordo col M5S merita di essere rafforzato sul territorio e reso stabile nel tempo, non perché si tratta di costruire chissà quale nuovo modello di società, ma per ragioni politico-strumentali assai semplici: solo sommando organicamente le rispettive forze sarà più facile sconfiggere Salvini in tutti i prossimi appuntamenti elettorali. 
Ma è un realismo che dietro l’apparente buon senso nasconde un’evidente debolezza politica, molte insidie tattiche e svariate difficoltà pratiche.
La debolezza è quella di un partito di sinistra che sente di aver perso il proprio legame, politico ma soprattutto emotivo, con le classi popolari che per definizione e tradizione dovrebbero costituirne la base militante ed elettorale. Con chi sta oggi il ‘popolo’? A destra con la Lega, a sinistra (in buona parte) col M5S? Allearsi con quest’ultimo, dopo esserne stato il nemico acerrimo, è il prezzo che il Pd – partito della borghesia urbana e del ceto medio riflessivo – ha scelto di pagare per riavvicinarsi ad un popolo con il quale la distanza s’era fatta siderale anche sul piano del linguaggio. Ma funzionerà quest’aggancio per così dire mediato?
L’insidia tattica ha invece a che fare con una domanda semplice: quanto si è disposti a concedere al proprio interlocutore pur di arrivare a stringere con esso un’alleanza che si ritiene la sola vincente considerati gli avversari che si hanno dinnanzi (a partire dalla Lega)? Un accordo prevede per definizione un dare e un avere, conveniente per le due parti. Ma il caso recente dell’Umbria – dove per la prima volta si sta sperimentando un’intesa politica sul territorio tra i due partiti – sembra indicare una linea di tendenza che per il Pd rischia di essere in prospettiva assai pericolosa: da un lato l’eccessiva arrendevolezza alle richieste e pressioni che vengono da un M5S oltremodo aggressivo e determinato; dall’altro la crescente adozione, un po’ strumentale un po’ inconsapevole, dei cavalli di battaglia e finanche del linguaggio che sono propri da sempre di quest’ultimo. In Umbria, nel nome di un malinteso civismo – un candidato scelto dai partiti ma estraneo formalmente a questi ultimi – il Pd non ha esitato a sacrificare il candidato alla presidenza che aveva autonomamente individuato. Sempre in Umbria, la linea politico-propagandistica del Pd è repentinamente diventata quella tipica grillina nel segno dell’anti-casta, della politica sporca da rigenerare affidando il governo della cosa pubblica alla virtù dei cittadini ecc. Dove finisce l’alleanza e dove cominciano il mimetismo ideologico e la subalternità culturale e politica? 
Ci sono infine le contraddizioni pratiche e gli scogli posti alla politica dalla realtà. Prendiamo il caso pratico di Roma, sul quale presto o tardi il Pd dovrà pur fare delle scelte chiare. La posizione di Zingaretti nei confronti del sindaco Raggi, spiazzante per molti all’interno del suo stesso partito, è stata nei giorni scorsi nel segno della collaborazione istituzionale: non chiederne le dimissioni non significa apprezzarne l’operato, significa tutelare i cittadini romani già assai provati dal rischio di una crescente ingovernabilità. Ma pur prendendo per buona l’argomentazione, presto si porrà il problema di chi scegliere per la futura corsa verso il Campidoglio.
L’accordo immaginato e desiderato da Zingaretti con il M5S cosa significa concretamente? Dopo anni di critiche e di opposizione dura ci si farà carico dell’eredità della Raggi come se nulla fosse pur di arrivare ad una candidatura comune (magari ricorrendo ancora una volta alla foglia di fico del civismo anti-politico)? E se la (ri)candidatura proposta dai grillini fosse proprio quella della Raggi (ipotesi maligna ma da non escludere)? Come costruire un’alternativa politico-amministrativa a quest’ultima se il problema prioritario del Pd diventa quello di accordarsi a qualunque costo con il M5S? 
Insomma, prima di spingere così tanto su un’alleanza politica dalla quale il Pd potrebbe tanto guadagnare, ma potrebbe anche moltissimo perdere (anima ed elettori compresi), non converrebbe fermarsi un attimo e riflettere con attenzione? Il fatto che Grillo – contro Di Maio – voglia così tanto mescolare le due ditte (beninteso alle sue condizioni) non è già un argomento per chiedersi dove stiano l’inganno e il pericolo?
Ultimo aggiornamento: 01:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA