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Welfare e crollo demografico: più spesa per giovani e famiglie per sostenere la natalità

Getty Images
di Renzo Santini
5 Minuti di Lettura
Martedì 27 Aprile 2021, 08:17 - Ultimo aggiornamento: 08:18

Il debito pubblico italiano ha superato 2.600 miliardi. Ogni mese di cassa integrazione straordinaria aggiunge almeno 5 miliardi al totale. Senza contare tutte le altre forme di spesa pubblica straordinaria – salute in testa – determinata dalla crisi Covid. Giustamente guardiamo con speranza alle risorse che potranno arrivare con il Recovery Fund (il Pnrr italiano prevede 222 miliardi tra aiuti e finanziamenti entro il 2026), ma gran parte di queste risorse saranno ancora una volta a debito. Se il Piano avrà successo, nel 2026 il Pil sarà di 3,6 punti percentuali più alto del tendenziale e l’occupazione di 3,2 punti. Basterà tutto ciò a rendere sostenibile il welfare rinnovato del Paese? Prendendo in considerazione il Welfare State nel suo complesso, nel 2018 la spesa sociale italiana ha mobilitato risorse pari a 493,5 miliardi, il 57,7% della spesa pubblica totale nell’anno. Tale spesa risulta in crescita rispetto all’anno precedente: 488,3 miliardi, pari al 57,3% della spesa pubblica totale. Nel 2021 si può stimare che questo fabbisogno arrivi a sfiorare 600 miliardi. Perché questo ammontare di risorse sia sostenibile occorre produrre nuova ricchezza. E nuove risorse umane. Non ci sono alternative. Sul breve periodo vuol dire rianimare l’economia. Sul medio periodo vuol dire affrontare la madre di tutte le crisi: la crisi demografica. «La questione demografica è la prima urgenza da affrontare per la sostenibilità del debito pubblico ma lo sono egualmente immigrazione, investimenti e mercato finanziario. Servono misure coraggiose di sostegno alle famiglie, giovani e donne», ha detto il segretario generale Cnel Paolo Peluffo. La quota di spesa sociale per la famiglia e i giovani va incrementata. Un aiuto alle giovani coppie non va visto solo come un dovere sociale, ma anche come un investimento strategico per ridare impulso alla piramide demografica e riattivare la speranza che è alla base dello sviluppo del nostro paese. A questo proposito i fondi previsti dal Next Generation EU rappresentano un’occasione unica e probabilmente irripetibile per finanziare una serie di politiche in favore delle famiglie con figli, emanare provvedimenti per aiutare il lavoro di genitori, favorire le possibilità per le donne di conciliare il lavoro con la famiglia e di poter disporre, a bassi costi, di servizi per l’infanzia.

LE LANCETTE DI SAUVY

Le politiche finalizzate alla ripresa delle nascite oltre a essere costose non hanno un impatto immediato sul consenso. Gli effetti di questi interventi sono a lungo termine mentre la politica auspica sempre risultati in tempi brevissimi, l’opposto dei tempi della demografia che per oggettive ragioni sono molto più lunghi di quelli della politica. Alfred Sauvy, demografo ed economista francese, ha proposto una metafora per spiegare l’approccio della politica al mondo: il mondo è come un orologio, la politica è la lancetta dei secondi che corre via veloce e che i politici rincorrono con affanno; l’economia è come la lancetta dei minuti, si muove molto meno velocemente di quella dei secondi, eppure scorre abbastanza in fretta e li mette in difficoltà; infine, la demografia e l’ambiente sono come la lancetta delle ore: la lancetta delle ore sembra ferma ma poi dal giorno si passa alla notte. Dal punto di vista demografico il nostro Paese presenta una popolazione particolarmente anziana con una quota di over-65 che raggiunge il 22,8% del totale, il valore più alto dell’intera Unione Europea. L’aspettativa di vita ha raggiunto 83,4 anni nel 2018, registrando un aumento del 10% dal 1985. A ciò si aggiunge uno dei minori tassi di fertilità in Europa (in Italia vi sono 1,29 nascite per donna, mentre in media nell’Ue ve ne sono 1,55). L’orizzonte demografico si è fatto ancora più cupo poche settimane fa, quando l’Istat ci ha ricordato che è come se fosse sparita una città estesa quanto Firenze: a fine dicembre 2020 la popolazione residente, in Italia, è risultata inferiore di quasi 384 mila unità rispetto all’inizio dell’anno. Gli effetti negativi prodotti dalla pandemia hanno ingigantito la tendenza al declino della popolazione, cominciata nel 2015. In termini percentuali, a -0,6 ammonta il calo della popolazione residente nel 2020, -3,8 è la diminuzione delle nascite rispetto al 2019 e +17,6 è l’aumento dei decessi rispetto a dodici mesi prima.

OLTRE 700MILA MORTI

«Il 2020 passerà alla storia come l’anno di una super mortalità eccezionale dovuta alla pandemia di Covid-19, che è stata letale soprattutto per le persone anziane. Il superamento di quel confine che non si raggiungeva dal 1944 – più di 700mila morti totali in un anno - è il frutto di un’epidemia che dura da oltre un anno e ha avuto un impatto ben più severo rispetto alle ondate influenzali dei decenni passati», osserva Massimo Livi Bacci, professore di demografia all’Università di Firenze. Il nuovo record negativo delle nascite, unito all’elevato numero di decessi, aggrava la dinamica naturale negativa che caratterizza il Paese. Il deficit di “sostituzione naturale” tra nati e morti nel 2020 ha raggiunto -342 mila unità, valore inferiore, dall’Unità d’Italia, solo al record del 1918, al tempo della “spagnola”. La denatalità è un dramma tutto italiano. Bisogna tuttavia registrare il fatto che anche in Francia, che è uno dei 27 paesi europei con il più elevato indice di fecondità (numero di bambini per donna in età fertile, cioè per convenzione tra 14 e 49 anni), l’Istituto nazionale di statistica ha registrato nel gennaio 2021, nove mesi dopo il primo lockdown, la nascita di 53.900 bambini, il 13 per cento in meno dei nati nel gennaio 2020. La nuova normalità che sta iniziando dovrà fare i conti anche con queste criticità: criticità senza ritorno, perché “la persona al centro” è un monito che non funziona se mancano le persone. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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