Welfare, Albini (Confindustria): «Dalle aziende nessuna frenata, ma vanno ampliati gli incentivi fiscali»

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di Mario Baroni
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Martedì 27 Aprile 2021, 08:17

Nella nuova normalità che ci attende «l’importante è che il focus si sposti dal posto di lavoro al lavoratore». Pierangelo Albini dirige da dieci anni l’Area Lavoro, Welfare e Capitale Umano di Confindustria. Inevitabile che anche lui ribadisca la centralità delle risorse umane nelle preoccupazioni delle imprese, proprio nel momento in cui tutto sta cambiando. «Tutta la normativa sul rapporto di lavoro, dai problemi della sicurezza a quelli della privacy fino al welfare aziendale, è stata costruita in un orizzonte di certezze, che comprendevano la definizione di uno spazio e di un tempo definiti all’interno dei quali prestare la propria opera» considera Albini; oggi con le nuove tecnologie a disposizione, questi confini spazio-temporali sono saltati. E la pandemia ha dimostrato che una gran parte di quei confini sono già superati, nei fatti. «Il focus della nuova normalità è tutto sulle persone, sulle relazioni tra il lavoratore e l’azienda, e tra il lavoratore e il lavoro da compiere – aggiunge Albini – lo spazio e il tempo si sono dimostrati superabili». Con vantaggi e svantaggi. È tutto smart working? La risposta ovviamente è negativa. Anche se spesso se ne parla forse con un eccesso di euforia, come ricorda Luca Pesenti, professore associato nella facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica di Milano: «Intorno al presunto smart working si è creata quasi una mistica. Tutti potranno lavorare da qualunque posto. Ci sono state le suggestioni dei borghi più belli d’Italia che si candidano a residenze professionali. Si lavora dalla spiaggia (quando sarà il momento) così come dalla baita in montagna (connessione Internet permettendo). Tutto vero? Io credo che dovremo ridimensionare aspettative e prospettive. Di certo un cambiamento radicale ci sarà, ma lo smart working avrà una componente elitaria, quando il distanziamento sarà finito».

IMPATTO AMBIENTALE

L’approccio di Albini è più pragmatico. «Il lavoro agile rappresenta un importante bilanciamento tra vita e lavoro, e rompe lo schema del lavoro dentro o fuori dall’ufficio. Lavorare da remoto produce certamente dei vantaggi, a esempio in termini di mobilità ridotta, con beneficio degli individui, ma con effetti non marginali in relazione all’impatto ambientale. E questo conta molto nella consapevolezza che stiamo attraversando anche una importante transizione ecologica». La nuova normalità del lavoro incrocia molti aspetti della vita di chi lavora e delle imprese. Certamente molto riguarda i sistemi di welfare, che dovranno essere ridisegnati, lungo i profili del nuovo lavoro oltre i confini di spazio e di tempo. Ma la tecnologia digitale non dematerializza nulla, trasforma. Spazio e tempo restano, ma si incrociano diversamente con le esigenze del lavoro. Al punto che forse il nuovo welfare dovrà diventare un “welfare domestico”? Per anni molto è stato fatto per rendere gli uffici luoghi in cui si stava bene a lavorare. Oggi si lavora da casa. Occorre trasferire le facilitazioni dall’azienda alla casa del lavoratore? «Non mi sembra utile questo approccio. Non dobbiamo ragionare con la testa al passato. Non bisogna trasportare nulla, bisogna ripensare tutto. Sarebbe un errore – aggiunge Albini - presupporre una nuova normalità, partendo dalle condizioni dettate da un’emergenza sanitaria. La nuova normalità non è ancora cominciata. La nostalgia non aiuta ad affrontare le transizioni. La questione centrale è la necessità di fiducia». Sulla fiducia occorre rimodulare il rapporto di lavoro. Fiducia vuol dire controlli affievoliti da parte delle imprese, e vuol dire maggiore responsabilizzazione da parte dei lavoratori. Per l’avvocato Pasquale Dui, professore di diritto del lavoro nell’Università Milano Bicocca, «le imprese, nell’ottica di una prestazione resa dai lavoratori senza un controllo diretto, continuo e, soprattutto, visivo, devono giocoforza attenuare il grado di verifica sullo svolgimento e sulle modalità della prestazione, della quale potranno solo richiedere una finalizzazione in termini di risultato. Dal punto di vista dei lavoratori, tutto questo si può tradurre, nell’ambito di un circolo virtuoso e condiviso, in una maggiore responsabilizzazione sul risultato del proprio lavoro, che deve essere svolto senza direttive specifiche e temporalmente pressanti, ovvero in una modalità meno stressante».

IL LEGISLATORE

In questa trasformazione «il welfare aziendale non può registrare battute di arresto» aggiunge Albini. «Ma bisogna che il welfare complementare, quello contrattuale, possa godere di convenienze fiscali e contributive». Un appello al legislatore perché le forme di integrazione della protezione sociale siano convenienti, proprio nella logica dell’offerta di prestazioni complementari a quelle garantite dal primo pilastro: nella consapevolezza che il perimetro pubblico sia destinato a restringersi e che il privato possa integrare servizi e prestazioni solo cogliendo un vantaggio. «Il problema è l’approccio. Ci vuole umiltà nel legislatore per capire, e nella contrattazione per distribuire» commenta Albini, che non si sottrae a una considerazione sulle relazioni sindacali in tema di welfare e di smart working: «La contrattazione collettiva è importante, ma dobbiamo sempre rammentare l’importanza della persona, del suo ruolo individuale nell’azienda, delle sue scelte e propensioni. Vero sempre, ancora più vero nel tempo della disintermediazione, a tutti gli effetti. E poi pensiamo all’importanza della norma di legge, a esempio per lo smart working. Contrattazione sì, ma dopo e all’interno di norme che garantiscano le scelte individuali. Il valore delle persone per l’impresa è imprescindibile».

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