Welfare, così lo spreco dei bonus si può ridurre. Ecco le start up che ottimizzano le opportunità per i dipendenti

Le risorse del welfare pubblico non sempre sono utilizzate al meglio: se ne disperdono fino all'80 per cento

Welfare, così lo spreco dei bonus si può ridurre. Ecco le start up che ottimizzano le opportunità per i dipendenti
di Marco Barbieri
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Venerdì 28 Aprile 2023, 06:00 - Ultimo aggiornamento: 19 Maggio, 15:30

Lo chiamano “non take-up”. Vuol dire il mancato utilizzo dei “bonus” messi a disposizione dal sistema di welfare pubblico. Non è un problema solo italiano. Nell’Unione Europea si stima che tra il 20% e il 60% degli aventi diritto non riesca a ottenere bonus e agevolazioni di cui potrebbe godere. Di più: è un problema “mondiale”, almeno secondo un rapporto compilato da un esperto indipendente delle Nazioni Unite, Oliver de Schutter, per la cinquantesima sessione del Consiglio dei diritti umani avvenuta l’estate dello scorso anno. Una conferma aggiornata di un’analisi – un po’ più datata – di Eurofound. Insomma, lo spreco delle risorse messe in campo per il welfare è un problema comune di tutti i Paesi che hanno strutturato forme diverse di welfare state. L’Italia è in buona compagnia. Secondo gli analisti di The European House Ambrosetti «il tasso di take-up dei bonus pubblici – ovvero il rapporto tra i percettori e il totale dei potenziali beneficiari – è una misura chiave per valutare l’efficacia e l’efficienza delle politiche di welfare. Le evidenze mostrano come i tassi di take-up dei programmi di assistenza sociale varino tra il 40%, come nel caso del Reddito di cittadinanza in Italia, e l’80%. Le cause dei bassi livelli di adesione possono essere molteplici: dall’ammontare del beneficio, ai costi e ai tempi di richiesta e accesso (inclusa l’incertezza di ottenerlo o meno), fino allo stigma sociale».

LE OPPORTUNITÀ

 Nell’ultimo rapporto Welfare Index Pmi emerge che solo il 22% dei lavoratori è a conoscenza delle norme che regolano gli incentivi fiscali. In verità c’è scarsa conoscenza anche delle opportunità offerte dalle risorse private del welfare aziendale (solo il 37% dei dipendenti mostra di utilizzare appieno le prestazioni offerte). Si può rimediare, almeno sul versante pubblico? C’è chi ci prova, approfittando delle possibili integrazioni tra welfare pubblico e welfare aziendale. «Bonoos è il primo Welfare integration partner specializzato nella creazione di servizi di semplificazione informativa e di supporto operativo che si propone alle imprese per ottimizzare i piani di welfare aziendale grazie all’attivazione di un’immediata sinergia con l’offerta pubblica di misure di sostegno economico (bonus e agevolazioni)» spiega Giovanni Scansani, con Emanuele Cipriani fondatore di una società di consulenza che vuole trasformare il welfare pubblico non riscosso in welfare aziendale.

Un servizio per le aziende che «intende colmare la lacuna principale del welfare aziendale accrescendone il valore grazie a un più elevato tasso di take-up dei bonus pubblici da parte dei lavoratori – aggiunge Cipriani – e dall’altro rendere più semplice l’esercizio dei diritti associati alle misure pubbliche di welfare. Grazie alla misurazione dell’impatto sociale delle finalità di beneficio comune perseguite da Bonoos le aziende clienti potranno avvalersi di periodici report utili alla rendicontazione delle loro iniziative assunte nell’ambito di policy di Responsabilità sociale d’impresa».

L'IDEA

L’idea è nuova? Sì, se rivolta alla platea di imprese che si propongono piani di welfare per i dipendenti, magari a costi più contenuti per le aziende e con maggiori vantaggi per i dipendenti. Il welfare aziendale può essere anche un servizio di “consulenza” personale per i lavoratori di imprese che cercano di offrire la migliore integrazione tra welfare pubblico e integrativo. In verità c’è chi aveva già immaginato di rivolgersi direttamente ai cittadini – lavoratori o non lavoratori – in cerca di tutte le informazioni utili per approfittare dei bonus o delle agevolazioni fiscali messe a disposizioni dal welfare state. Lo scorso anno è nata la start up Bonus X. «L’intuizione risale al periodo dell’università. Alla Luiss feci un progetto di semplificazione di un processo di informatica, poi con le competenze successive maturate in marketing automation e digital marketing è nata Bonus» racconta il co-fondatore Giovanni Pizza.

E continua: «Abbiamo allestito una piattaforma digitale capace di esaminare oltre 200 indicatori, sulla base del profilo dell’utente che si iscrive. Oggi abbiamo 260mila utenti, puntiamo a raddoppiare il numero entro l’anno. Ma quello che era un modello B2C si sta convertendo anche all’ipotesi di un B2B, cioè un supporto ai lavoratori tramite le aziende di cui sono dipendenti». BonusX è accessibile tramite qualsiasi tipo di dispositivo, anche uno smartphone. Il primo passo è quello di registrarsi creando un proprio profilo, inserendo dati anagrafici, di composizione familiare, reddito, patrimonio immobiliare e altri indicatori economici. Un algoritmo analizza le informazioni e attiva eventuali correlazioni con le prestazioni che si possono richiedere. «La remunerazione viene dalla gestione della pratica digitale» aggiunge Pizza. Un competitor dei patronati? «Un partner – precisa il fondatore di BonusX – che offre ai patronati una competenza digitale non sempre disponibile nelle strutture degli intermediari tradizionali». Il rischio di confliggere con il presidio dei patronati ha indotto BonusX a guardare ad altri mercati. «Gli Stati Uniti sono una opportunità per la piattaforma che abbiamo allestito, con il vantaggio di trovare una sensibilità digitale più alta» conclude Pizza, e forse un terreno sociale più libero da intermediazioni istituzionalizzate. Per evitare di entrare in un terreno da decenni presidiato – e monopolizzato - dalle strutture patronali (e dai Caf) Bonoos si propone invece fin dall’inizio la strada della partnership con le aziende. «Bonoos offre una webapp, capace di aggregare le informazioni e dove potersi orientare con chiarezza – continua Scansani – tramite ricerche semplici, esaustive e personalizzabili sulla base delle proprie specifiche necessità. Oltre ai bonus (quando si riesce ad ottenerli), lavoratrici e lavoratori hanno spesso a disposizione anche i benefit che derivano dai piani di welfare aziendale che, associati alle agevolazioni pubbliche, nell’insieme potrebbero costituire “pacchetti ben più efficaci sul piano del sostegno al reddito».

L'INTEGRAZIONE

 La strada dell’integrazione tra welfare pubblico (sociale) e welfare aziendale è una vocazione praticata anche da Up Day già durante la pandemia. «In quei mesi abbiamo fornito la nostra partnership ai Comuni nell’erogazione dei 500 milioni di bonus sociali messi a disposizione durante il Covid» racconta Mariacristina Bertolini, direttore generale e vicepresidente di Up Day. «In quell’occasione è stata utile la nostra esperienza di provider di welfare aziendale al servizio delle amministrazioni pubbliche, oggi possiamo immaginare una partnership strutturale in questo orizzonte. Sono entrambi fattori di sostegno di quella fragilità economica crescente delle famiglie e dei lavoratori. Abbiamo costituito una divisione per il welfare sociale». C’è un futuro del welfare aziendale sempre più connesso con la capacità di offrire ai cittadini-lavoratori tutte le prestazioni offerte dal pubblico, ma non sempre facilmente intercettabili. L’ennesima dimostrazione della necessità di armonizzare pubblico e privato ottimizzando risorse e riducendo gli sprechi.

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