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Giovedì 13 Gennaio 2022, 19:24 - Ultimo aggiornamento: 18 Gennaio, 14:12

 

 

Sarà superderby Berlusconi-Draghi? Ecco su quanti voti "sicuri" possono contare

di Mario Ajello

 

Silvio Berlusconi l’ha messa su piano del derby: o vinco io o vince Mario Draghi. E al momento proprio tra loro due sembra essere la sfida vera. Con Draghi che, secondo i suoi tifosi, punta a vincere alla prima o al massimo alla terza votazione. Mentre Berlusconi è deciso ad entrare in campo alla quarta, quando servirà una maggioranza semplice - 505 voti - per venire eletto al Quirinale.

 

Il Cavaliere può contare sui numeri del centrodestra, 451, ma non è detto che li avrà tutti - un dieci per cento di franchi tiratori si prevedono tra Lega e Fratelli d’Italia. E soprattutto, ecco la massima preoccupazione di queste ore e il motivo per cui Silvio ieri sentendosi in difficoltà ha drammatizzato lo scontro: «Se Draghi va al Colle noi di Forza Italia usciamo dal governo», al Cavaliere sono venuti meno i 31 voti di Coraggio Italia che domani potrebbe annunciare, oltre all’unione con i 42 parlamentari di Renzi, il sostegno alla scalata quirinalizia dell’ex presidente della Bce. Silvio continua a dire: «Mi mancano solo una cinquantina di voti e li sto trovando tra Gruppo Misto ed ex grillini ma anche tra stellati rimasti nel movimento».

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Ma i voti mancanti sembrano di più. Da Arcore e da oggi da Villa Grande, visto che la war room berlusconiana si trasferisce nella dimora romana sull’Appia, partono telefonate a raffica all’intero arco dei parlamentari, soprattutto i peones e i senza partito che non torneranno mai nelle Camere («Noi vi garantiamo che un posto lo avrete», è la promessa degli sherpa azzurri). Nel Gruppo Misto che ha 113 voti, il Cavaliere è convinto di pescarne almeno 50. E chi tiene il pallottoliere fa questo calcolo: Silvio senza Coraggio Italia ha 420 voti (al netto di possibili franchi tiratori) ma se riesce a trovarne 85 in giro tra peones e altri («Ho amici anche nel Pd», garantisce il Cavaliere a Salvini e Meloni che sembrano scettici e aggiunge quando parla con i grillini: «Voi rappresentate quel rinnovamento che anche io rappresentai scegliendo di creare Forza Italia e la spinta comune a cambiare la politica possiamo ancora intraprenderla tutti insieme») il gioco di arrivare a quota 505 è fatto. Anche perché può contare su 33 delegati regionali in quota centrodestra.

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Riuscirà il Presidentissimo in questa sua ennesima impresa che sembra impossibile ma chissà?  Draghi è attrezzato così. E’ il Pd il suo partito vero di sostegno, anche se Enrico Letta non può ancora dirlo apertis verbis e non lo farà neppure nella riunione di giovedì della direzione più i gruppi parlamentari. Ma i dem in Parlamento rappresentano solo il 13 per cento dei grandi elettori. Se però il centrosinistra più M5S fosse tutto compatto su Draghi - e al momento non lo è, vista anche l’impossibilità di capire la maionese impazzita stellata come si muoverà -  avrebbe per Draghi  497 voti tra dem (132), M5S (233 ma difficile o impossibile che siano compatti), Coraggio Italia (31), Italia Viva (42), delegati regionali (25), Centro democratico di Tabacci (6 ma il leader insiste per il Mattarells bis), e Leu (18). La candidatura Draghi e le sue chance però vanno viste in un ambito più largo da elezione subito e quindio per mandare al Colle il premier servirebbe che un pezzo di centrodestra, ora bloccato su Berlusconi, lo votasse. Il sostegno potrebbe arrivare dai 58 Fratelli d’Italia (la Meloni prontissima a scegliere SuperMario in cambio delle elezioni ma tutti gli altri vogliono un patto su Draghi che implichi il niente urne) e dalla lega tendenza Giorgetti (ma esiste davvero e a quanto ammonta?).

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Insomma è un derby vero e proprio ma giocato su campi diversi quello di Silvio contro Mario e viceversa. Il primo punta a un’elezione a maggioranza, il secondo a un’elezione più larga. Il Cavaliere fa e fa fare telefonate ai parlamentari, anche a quelli azzurri (fidarsi e bene e non fidarsi è meglio) promettendo pure per iscritto la ricandidatura agli azzurri: «Noi siamo i più creativi, i più bravi, i più patrioti, i più  responsabili, sappiamo fare politica e meglio degli altri e nel 2023 alle elezioni dovremo esserci tutti e vincerle perché lo meritiamo particolarmente», ha scritto nelle letterine di Natale dirette ad alcuni dei suoi. Draghi invece si muove più felpatamente. Ha fatto capire a fine anno di voler puntare al Colle, lo ha ribadito ieri nella conferenza stampa dove ha evitato di parlare di Quirinale perché delle cose a cui si tiene davvero non si parla.

 

 

 

Ma sa che, per esempio tra i grillini, Conte e Di Maio gli sono tutt’altro che ostili (e forse questo favore per Mario è l’unica cosa che unisce ma separatamente i due capi stellati). E sa anche che tra i più attivi a eleggerlo Capo dello Stato ci sono il leghista Giorgetti («Un presidenzialismo de facto con Mario al Colle», disse lui e ancora a questo crede il ministro lumbard), Di Maio, il dem Lorenzo Guerini. Per non dire della Meloni che è ferma su Berlusconi ma senza crederci troppo («I numeri per lui sono complicati») e considera l’eventuale appoggio in corso d’opera a Draghi utile per puntare a Palazzo Chigi dopo il 2023 e farsi garantire in quel posto, davanti all’Europa e al mondo, dal carisma e dalla credibilità di SuperMario. Che ha con sé - ma non lo può dire - Guannoi Letta, la Chiesa, i magistrati, e tanti altri poteri. Che non dotano direttamente nell’emiciclo di Montecitorio ma influenzano e contano.

 

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