Bot sottozero e borse Ue record: rebus per chi investe. Spread ai minimi da maggio 2018

Mercoledì 12 Febbraio 2020

Borse europee ai massimi storici, con Milano tornata sui livelli del 2008. Bot sottozero, e uno spread Btp-Bund che ridiscende ai minimi dal maggio 2018, quando le elezioni politiche avevano causato un'impennata. L'indice europeo Stoxx 600 segna un +0,62% a 431 punti, ai massimi di sempre trainata da Francoforte, Parigi e Londra. Milano, pur a 24.861 punti, un valore pari alla metà del record pre-crisi, segna il massimi dal 2008. Lo spread chiude sotto 129. Il segnale che arriva dagli investitori è quello di una maggior propensione al rischio, alla ricerca di premi più generosi. Ma i pericoli sono dietro l'angolo, come evidenziano la guerra dei dazi tra Usa e Cina e il recente scoppio del coronavirus.

Così per chi investe il rebus è tra rendimenti più ricchi e protezione del capitale. Nei primi 8 mesi del 2019 le cedole dei titoli di stato dei Paesi più avanzati sono scese di oltre il 50%, controbilanciate da un aumento di prezzo dei titoli stessi, a tutela del capitale investito. Quanto all'Italia, è sceso oggi a -0,319% il rendimento dei Bot a un anno in asta per sei miliardi. Nel contempo le Borse sono cresciute. Piazza Affari è stata la seconda nell'Eurozona (+29,6%) dopo Atene (+50%), regina mondiale allo scorso 31 dicembre. Secondo Ariel Bezalel, responsabile delle strategie di investimento di Jupiter, «un approccio difensivo e agile agli investimenti in obbligazioni globali rimane vitale in un mondo in fase avanzata del ciclo, con una bassa crescita, ancora più vulnerabile a shock imprevisti».

A suo avviso «il fatto che le banche centrali abbiano ricominciato a supportare i mercati attuando tagli dei tassi e operazioni di quantitative easing 'sotto coperturà, come avevamo anticipato a inizio 2019, è un chiaro segnale che nell'economia sottostante le cose non sono ancora sistemate». Sono ripresi infatti gli acquisti di acquisti di T-bill, i titoli di Stato Usa a breve scadenza, da parte della Fed, che ha parlato però di «misura temporanea». La crisi del coronavirus ha quasi fatto dimenticare il nodo della guerra dei dazi tra Usa e Cina, me i problemi restano. Nel quarto trimestre del 2019 ha prevalso nelle borse l'ottimismo per la 'prima fasè dell'accordo che, secondo il gestore di Jupiter, «potrebbe portare momentaneamente a un allentamento delle tensioni commerciali tra i due Paesi, ma nel lungo termine riteniamo che questo sia solo l'inizio di una lunga guerra fredda tra le due superpotenze e che le tensioni intorno al commercio continueranno probabilmente per anni».

Tra i nodi da sciogliere quello della proprietà intellettuale e delle sovvenzioni di Pechino alle imprese statali. Il peggio quindi non è passato. Citigroup ha rivelato che le 7 province cinesi più colpite dal coronavirus contano per il 35-40% del Pil cinese, e per la stessa percentuale nella produzione di auto nelle costruzioni. Secondo Giuseppe Sersale di Anthilia una «stima grezza» basata sugli indici di traffico mostra in Cina «un calo medio del 62% anno su anno in generale e del 74% nei 7 distretti più colpiti». «Se i blocchi dovessero continuare in tutto o in parte - conclude - l'impatto sul Pil e sulle 'supply chains' (i rifornimenti) sarà molto rilevante e non è ancora prezzato nel mercato delle commodities, che è quello che ha sofferto di più».

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