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Grano e pieno di benzina a prezzi folli, rincari istantanei sospetti: entra in campo la Finanza

Primi segnali di panico: corsa agli acquisti nei negozi di Napoli e in Abruzzo. Scaffali vuoti anche in Sardegna

Grano e pieno di benzina a prezzi folli, rincari istantanei sospetti: entra in campo la Finanza
di Andrea Bassi
4 Minuti di Lettura
Domenica 13 Marzo 2022, 00:04 - Ultimo aggiornamento: 17:03

Aumenta tutto. O quasi. A volte per ragioni giustificate. Altre meno. E nei supermercati iniziano gli assalti come durante il Covid. A Napoli e in Abruzzo in molti negozi pasta, farina e olio sono scomparse dagli scaffali. Ma non tutti gli aumenti sono uguali. Prendiamo il gas. Vive un paradosso. L’elettricità ancora peggio. Il gas in Italia continua ad arrivare. La Russia non ha chiuso i rubinetti, li ha allargati. Ma perché allora un bene di cui ancora c’è abbondanza, che costa meno di 5 dollari estrarlo, il cui prezzo di vendita un anno fa non superava i 20 dollari, adesso viene trattato a oltre 200? Il gas, come altri beni, ormai è un prodotto finanziario. Il suo prezzo si fa in Borsa, dove convivono domanda, offerta, previsioni, paura e anche speculazione. E come in ogni mercato c’è chi vince e guadagna, e chi perde e paga. Poi c’è la bolletta elettrica. La speculazione sul gas pesa anche sulla luce. Per un meccanismo che ormai si può considerare “diabolico”, quello del prezzo marginale. Ne ha parlato anche Mario Draghi dopo il consiglio europeo di Versailles ipotizzando un cambio di regime. Il prezzo dell’energia elettrica lo fa la fonte che costa di più. Oggi, appunto, il gas. Significa che se un impianto eolico, solare, o anche a carbone, produce a un costo di 10 ma la centrale a gas produce a 100, anche a tutte le altre centrali il prezzo riconosciuto è 100. E a pagare sono i consumatori. A guadagnare sono le società elettriche. Non a caso l’Unione europea ha predisposto una bozza di riforma per una serie di azioni comuni per contenere il costo dell’elettricità che, tra i suoi pilastri, ha la revisione del meccanismo del prezzo marginale e una tassazione fino a giugno di quest’anno, degli extra profitti delle imprese energetiche alla quale il governo sta già lavorando. Nel caso dell’energia, insomma, il mercato sta fallendo il suo compito. All’orizzonte ci sono i tetti e i prezzi amministrati. Qualcosa di simile sta accadendo anche per il prezzo della benzina e del diesel alla pompa che, ormai, ha abbondantemente superato i 2 euro. L’Unione Nazionale Consumatori ha presentato un esposto all’Antitrust e una denuncia in procura. «Come è possibile», dice Mauro Antonelli dell’Unc, «che l’aumento dei prezzi sia arrivato così rapidamente dai pozzi alla pompa?». Domanda lecita. La benzina nei serbatoi è stata acquistata a prezzi inferiori, così come a prezzi inferiori l’hanno acquistata i raffinatori. Temi sui quali avrebbe acceso un faro la Guardia di Finanza. A chiederne l’intervento sono stati i consumatori, facendo leva anche sul nucleo che collabora con il garante della Concorrenza. I prezzi delle singole pompe di benzina vanno comunicati all’Osservatorio del Mise. Proprio da questi dati potrebbero partire le verifiche. Non a caso il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani ha parlato di una «colossale truffa a spese dei cittadini e delle imprese». Di rado si era visto un ministro soffiare così sul fuoco di un incendio che già sta divampando con le proteste dei trasportatori. Segno che, anche in questo caso, il governo è pronto a intervenire.

LA DISTINZIONE

Anche perché prima o poi andrà fatta una distinzione tra settori in cui la speculazione galoppa e altri che invece registrano problemi reali di fornitura. Prendiamo il grano duro. Il suo prezzo ha iniziato a impennarsi già dallo scorso anno per il crollo dei raccolti in Canada (meno 60%), principale esportatore mondiale e il calo di altri importanti Paesi produttori. La guerra insomma, in questo caso non c’entra quasi nulla, visto che dall’Ucraina importiamo solo grano tenero. Oppure l’olio di girasole, con l’Ucraina che, insieme alla Russia, fornisce (o meglio forniva) il 63% del fabbisogno italiano. Qui la speculazione c’entra poco. Manca proprio la materia. Così come le betulle da cui si produce la carta, o i rottami ferrosi per l’industria siderurgica. La guerra in questi casi, ferma industrie e rende poveri. In altri, come detto, c’è anche chi ci guadagna.

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