Trivelle, il no del 2016 a Ombrina costa all'Italia una multa da 190 milioni di euro

Beffa in tempi di crisi energetica: la condanna degli arbitri è legata al blocco della piattaforma nell'Adriatico nel 2016

Trivelle, il no del 2016 a Ombrina costa all'Italia una multa da 190 milioni di euro
di Francesco Bisozzi
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 24 Agosto 2022, 21:39

Non bastava la crisi energetica. Ora lo Stato italiano dovrà anche pagare una maxi-multa da 190 milioni di euro per lo stop alle trivelle del 2016. Stop che fece colare a picco il progetto Ombrina Mare finalizzato alla realizzazione di una piattaforma petrolifera nell’Adriatico, al largo della Costa dei Trabocchi. La vicenda è iniziata l’anno del referendum sulle trivellazioni e l’epilogo, paradossale di questi tempi, è stato annunciato ieri della Rockhopper Exploration che ha sede nelle North Falkland ed era titolare del Progetto. Nella nota la società fa sapere che lo Stato italiano ha 120 giorni per opporsi eventualmente al provvedimento di condanna, ma difficilmente in questi casi si verifica un capovolgimento della decisione. 

Gas, lo stop alle trivelle costerà altri 8 miliardi. Conto salato per riempire gli stoccaggi con metano estero


LA CONCESSIONE NEGATA


Nella causa arbitrale, Rockhopper sosteneva che il mancato rilascio della concessione petrolifera Ombrina Mare avesse violato il Trattato sulla Carta dell’Energia. Era stato il ministero dello Sviluppo guidato da Federica Guidi a fermare con un decreto del 29 gennaio 2016 - varato sulla spinta di una mobilitazione popolare guidata dai movimenti ambientalisti - le autorizzazioni per la ricerca di idrocarburi offshore entro le 12 miglia dalla costa, cioè poco più di 22 chilometri. L’arbitrato su Ombrina era così iniziato nel 2017, e a disporre la sentenza è stato l’International Centre for Settlement of Investment Disputes, in base al Trattato sulla Carta dell’Energia, l’organismo deputato a gestire controversie internazionali di questo tipo, per l’occasione composto da Klaus Reichert, Charles Poncet e Pierre-Marie Dupuy. 

Sicché, mentre le stazioni off-shore croate stanno saccheggiando i giacimenti di gas dell’Adriatico probabilmente anche nella parte italiana senza porsi tanti problemi, il nostro Paese è chiamato a pagare anche i danni per le autorizzazioni prima concesse e poi negate. E gli ambientalisti rivendicano ciò come una vittoria. Spiega Maria Rita D’Orsogna, fisica e docente universitaria negli Stati Uniti e storica ambientalista legata all’Abruzzo, in prima linea nelle battaglie su idrocarburi e costa adriatica. «Il ceo della Rockhopper. Sam Moody, afferma di essere felice di questo risultato perché è l’esito del gran lavoro che hanno fatto da quando hanno comprato Medoilgas nel 2014 per portare il giacimento alla luce e nella causa d’arbitrato avviata nel 2017. Un arbitrato peraltro composto da tre professionisti non italiani e vicini al mondo dell’industria e del petrolio», quindi sospettabili di non equilibrio. «In ogni caso - precisa D’Orsogna - se è vero che l’Italia è chiamata a pagare 190 milioni, non vuol dire che abbiamo perso. Anzi, la lezione di democrazia che abbiamo dato in dieci anni di battaglie, è qualcosa di straordinario che ne Sam Moody ne il triumvirato senza volto potranno mai capire. Davide ha fermato Golia e di questo dobbiamo essere orgogliosi. Abbiamo salvato l’Abruzzo dalle trivelle». Il che, dichiarato durante la grave emergenza sul fronte del gas che sta vivendo il Paese, «non è proprio il massimo» affermava ieri sera un sindaco abruzzese.

Gas, il governo rilancia le trivelle in Adriatico. Eni: ricevuto solo il 65% delle forniture chieste a Gazprom

© RIPRODUZIONE RISERVATA