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Superbonus, per aziende e condomini «lavori fermi, è il caos»: migliaia di imprese temono il fallimento

La frenata delle banche mette a rischio gli interventi di ristrutturazione già avviati

Superbonus, per aziende e condomini «lavori fermi, è il caos»: migliaia di imprese temono il fallimento
di Roberta Amoruso
5 Minuti di Lettura
Domenica 12 Giugno 2022, 00:00

Altro che morire di debiti. «Qui si rischia di fallire di crediti», dicono le imprese che hanno già miliardi di crediti nel cassetto fiscale (almeno 5 secondo le stime del Mef, di cui 2,6 miliardi per lavori già effettuati) legato a Ecobonus e Superbonus 110% e ora rischiano di non vedere nemmeno un euro di liquidità anche a fronte di lavori già fatti. La Confartigiano guidata da Marco Granelli parla di 33.000 imprese a rischio per 150.000 lavoratori. Ma dove c’è odore di crisi, come spesso accade, compaiono anche gli speculatori professionisti delle crisi. C’è dunque un altro rischio che si sta facendo avanti subdolamente da qualche settimana a questa parte, da quando le banche hanno iniziato a stringere le maglie sulle operazioni di sconto dei crediti derivanti dai bonus edilizi, le ormai famose cessioni del credito che chiedono le imprese che hanno accordato a famiglie e condomini lo sconto in fattura su lavori di ristrutturazione, interventi di efficientamento energetico o sulla facciata del palazzo. C’è un popolo di società finanziarie disposte a comprare il credito per il Superbonus a 90% portando a casa un guadagno del 20%, il doppio della commissione chiesta dalle banche soltanto qualche mese fa. E c’è chi è arrivato addirittura a offrire uno stracciato 60%, pur di assicurare al malcapitato in difficoltà la liquidità necessaria per sopravvivere. Del resto, se professionista progettista con un milione di euro nel cassetto fiscale e sono a corto di liquidità, accettare il 60% può essere l’unico modo per sopravvivere. Vigilare su certe distorsioni, si spera limitate, deve essere un’altra priorità.

LAVORI SOSPESI E SPECULAZIONI
L’altra metà del mare, è invece fatta di imprese che hanno bloccato i cantieri, di fronte a tanta incertezza, e di migliaia di condomini in allarme con ponteggi in stan-by o addirittura appalti congelati con delibere assembleari archiviate o rimaste solo in calendario. Il viaggio tra i cantieri fatto dal Messaggero racconta di un settore in balia della più completa incertezza, come del resto parlano le 27 modifiche normative in soli nove mesi per rimediare a molti errori, certo, senza però evitare il gran pasticcio all’orizzonte.

«Se il blocco della cessione dei crediti per i bonus edilizi deriva dalla preoccupazione di non spendere troppi soldi pubblici invito a considerare quale sarà il costo economico e sociale del fallimento di centinaia di imprese con la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro derivanti da uno stop così repentino», fa presente Federica Brancaccio, presidente Ance che ha ben chiaro il grido d’allarme del settore. Inoltre, ha aggiunto, «bloccando ora i bonus a rimetterci saranno soprattutto le fasce più deboli, i condomini più grandi e disagiati che sono partiti per ultimi e dunque ancora con i lavori in corso o in procinto di partire».

LE CRITICITÀ
«Siamo stati tra i primi a giugno 2020 a studiare i nuovi incentivi del governo e a firmare il primo grande appalto da 300 appartamenti», spiega Giuseppe Provvisiero, ex presidente Ance Piemonte, e numero uno dell’azienda di costruzioni Secap spa, capofila di uno dei più grandi interventi di riqualificazione di un edificio residenziale avviato in Italia grazie al Superbonus 110%. «L’entusiasmo era alle stelle un po’ da parte di tutti nel settore. E le banche si mettevano in fila pur di agganciare l’opportunità della cessione del credito. Abbiamo dovuto fare delle aste per decidere da chi farci finanziare». Dunque, continua Provvisiero ci aspettavamo sì dal “governo dei migliori” delle norme di tutela per il settore, di selezione delle imprese, e capaci di evitare le truffe poi palesate da un bonus facciate al 90% non regolamentato. Ma l’intervento anti-truffa è arrivato a novembre 2021, troppo tardi per fermare valanghe di operazioni facili passate da Poste e Cdp». La due diligence presso le banche, invece, era già molto selettiva. Si è dunque deciso di puntare tutto sugli istituti bancari: costruire un monopolio pur di limitare le truffe. 

I RIMEDI
Ma già da un mese una nuova minaccia ha letteralmente congelato il settore. Perché le banche non potevano più cedere facilmente a loro volta il credito (ora lo possono fare ma solo con i correntisti). M anche perché non era più così conveniente con i tassi in salita. Alcuni istituti hanno quindi iniziato con l’acquistare il credito non più al 100%, ma al 96% fino a chiudere i rubinetti per «raggiunta capienza massima del plafond» fiscale. Il tetto fiscale è ora raggiunto un po’ ovunque, non c’è più spazio. E allora si possono trovare in affanno anche imprese strutturate come quella di Provvisiero, che pur avendo chiuso importanti contratti ora si trova in difficoltà nel vendere i crediti (si parla di oltre 60 milioni). Ma per le società più piccole che hanno già il credito nel cassetto fiscale l’affare si complica: senza liquidità andare avanti può un problema.

E allora «se l’obiettivo è selezionare le imprese sul mercato come chiesto da tempo dall’Ance, ben venga», dice dunque Provvisiero, «ma diano la possibilità al mercato di assestarsi sanando quanto già avviato, non blocchiamo un intero settore. Si tratta di sedersi a un tavolo unico con governo e associazioni. E una soluzione potrebbe essere quella di allargare, con le dovute regolamentazioni, la platea degli operatori a cui cedere il credito. «Va messo in sicurezza il sistema», insiste anche Bruno Panieri, direttore Politiche economiche di Confartigianato, «In primo luogo intervenendo sulle criticità: vanno messe al riparo le imprese a rischio finanziario, quelle che hanno fatto i lavori rimettendoci, per intenderci». Ma per smaltire il pregresso sarebbe utile anche «richiamare sul mercato Poste e Cdp». E permettere anche l’intervento dei privati.
 

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