Statali, gli aumenti sono retroattivi anche per i dipendenti in pensione. Smart working non cambia

Pressing Pd e M5S sullo smart working. Brunetta vede Draghi: regole confermate

Gli statali in pensione avranno gli arretrati: benefici del nuovo contratto anche per chi si è ritirato negli ultimi 3 anni
di Andrea Bassi
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Martedì 4 Gennaio 2022, 21:53 - Ultimo aggiornamento: 5 Gennaio, 18:32

Anche i dipendenti pubblici che sono andati in pensione tra il 2019 e il 2021 riceveranno gli arretrati del nuovo contratto delle Funzioni centrali. A prevederlo è l’articolo 48 dell’accordo che l’Aran, l’Agenzia che tratta per il governo i rinnovi, e i sindacati firmeranno definitivamente questa mattina dopo la pre-intesa raggiunta subito prima di Natale. I benefici economici del nuovo contratto, si legge nel testo, saranno computati anche al personale cessato dal servizio, con diritto alla pensione, nel periodo di vigenza del contratto stesso. Insomma, siccome l’accordo che sarà firmato oggi con i sindacati “copre” gli anni che vanno dal 2019 al 2021, chi in questo triennio ha lasciato il lavoro per andare in pensione, avrà diritto, per il periodo in cui è stato in servizio, sia agli arretrati, che al ricalcolo dell’assegno previdenziale e della buonuscita.

Statali, il nuovo contratto: da 63 a 117 euro al mese, ecco tutti gli aumenti per categoria La tabella

Come noto il nuovo contratto per le Funzioni centrali, che riguarda i dipendenti dei ministeri, delle Agenzie fiscali e degli enti pubblici non economici come Inps e Inail, prevede aumenti medi lordi mensili che vanno da 85 a 117 euro. Ma proprio perché la firma è arrivata alla fine del triennio di vigenza contrattuale, nel 2021, i dipendenti avranno diritto a ricevere gli arretrati. Secondo i calcoli della Confsal-Unsa, al netto dell’indennità di vacanza contrattuale pagata negli ultimi tre anni, gli arretrati oscilleranno da 970 fino a oltre 1.800 euro a seconda dell’area e dell’inquadramento (si veda anche tabella in pagina). Per chi è andato in pensione scatterà, ovviamente, un ricalcolo pro-quota, che partirà dal primo gennaio del 2019 fino alla data del pensionamento. Una delle principali novità del nuovo contratto degli statali, è la regolamentazione dello smart working. Argomento sul quale ieri si è scatenata una nuova polemica. Da giorni i sindacati chiedono, vista la nuova ondata pandemica, di lasciar tornare le amministrazioni al lavoro agile emergenziale fino al 31 marzo del 2022. Permettendo, cioè, uno smart working al 100 per cento. 

LA SPONDA
Richieste che hanno trovato una sponda forte nel Movimento Cinque Stelle. L’ex ministro della Funzione pubblica, Fabiana Dadone, che attualmente guida il dicastero delle Politiche giovanili, ha parlato dalle colonne del Fatto di una «retromarcia dannosa» e ha chiesto al collega Renato Brunetta di ripensarci. Anche Marianna Madia, del Partito democratico, ha parlato di un «errore» da parte di Brunetta. Che però ha confermato la sua impostazione, ribadita anche al premier Mario Draghi durante un incontro ieri a Palazzo Chigi. Le regole attuali prevedono già un’ampia flessibilità alle amministrazioni per l’uso dello smart working. Il criterio della «prevalenza» in presenza, ha spiegato Brunetta, non va considerato settimanale, ma può essere anche mensile o semestrale. Insomma, le amministrazioni, teoricamente, possono lasciare anche per due o tre mesi i lavoratori a casa, facendo poi recuperare la presenza nei successivi mesi.

Nessuna necessità, dunque, di cambiare le norme. Che, tra le altre cose, sono state spiegate in una lunga Faq (domande e risposte) pubblicata ieri dallo stesso Dipartimento della Funzione pubblica. Faq nella quale, tra l’altro, è stato spiegato che «il lavoro agile di massa non è più giustificato» ribadendo che «ci sono tutti gli strumenti, comprensivi di diritti e di tutele per i lavoratori e per gli utenti dei servizi pubblici, che garantiscono ampia flessibilità organizzativa alle singole amministrazioni». Tocca insomma a queste ultime organizzarsi. Come si diceva è da giorni che i sindacati pressano per uno smart working totale. Avevano iniziato Raffaele Margiotta e Massimo Battaglia della Confsal-Unsa. Poi anche la Flp per bocca di Marco Carlomagno. Anche la Cgil, in una nota si era schierata a favore del rafforzamento del lavoro agile. Ieri è stata la volta dei dirigenti di Unadis con il segretario Barbara Casagrande. 
 

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