Reddito di cittadinanza, Tridico (Inps): «Due terzi dei beneficiari non è occupabile»

Reddito di cittadinanza, Tridico (Inps): «Due terzi dei beneficiari non è occupabile»
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Lunedì 12 Luglio 2021, 13:27 - Ultimo aggiornamento: 13:38

Nel giorno della ventesima relazione annuale dell'Inps Pasquale Tridico ha esposto il lavoro messo in campo dall'Istituto previdenziale nel 2020. Tridico ha sottolineato l'importanza del Reddito di cittadinanza, che avrebbe «impedito l'aggravarsi di uno stato di povertà», ma anche di alcune ipotesi percorribili dopo l'abolizione di Quota 100. Intanto per il presidente dell'Inps «i posti di lavoro preservati con il blocco dei licenziamenti nel periodo marzo 2020-febbraio 2021 possono essere valutati in circa 330mila e per oltre due terzi riconducibili alle imprese che hanno fino a 15 dipendenti».

Tridico ha ricordato anche che «sono stati sostenuti: 4,3 milioni di autonomi, professionisti, stagionali, agricoli, lavoratori del turismo e dello spettacolo; 6,7 milioni di lavoratori dipendenti beneficiari delle integrazioni salariali, per una spesa di 23,8 miliardi».

«Espongo questa mia relazione annuale in un momento in cui il Paese cerca di affrontare con fiducia e ottimismo l'uscita da un periodo drammatico», ha esordito Tridico. «Oggi i segnali di ripresa sono incoraggianti, robusti, sta a noi trasformarli in elementi strutturali di crescita e di vero rilancio, in particolare attraverso politiche inclusive e sostenibili», ha proseguito.

Reddito di cittadinanza per Inps ha avuto un «ruolo fondamentale»

Il Rdc per il presidente Tridico è stato importante «per attenuare gli effetti economici e sociali della pandemia». «Gli strumenti di assicurazione universale, il reddito di cittadinanza, fortunatamente introdotto prima della fase pandemica, e rafforzato nella sua copertura dall'introduzione temporanea del reddito di emergenza, e la cassa integrazione in deroga, introdotta in contemporanea con il decreto di chiusura dei settori produttivi non essenziali, hanno rappresentato una barriera contro un drastico peggioramento della condizione di povertà e deprivazione nel periodo della crisi», ha spiegato il numero uno dell'Inps, ma sottolineando anche che i soggetti beneficiari per i due terzi dei 3,7 milioni di beneficiari nel 2020 «sono quindi distanti dal mercato del lavoro e forse non immediatamente rioccupabilie e solo il 20% ha lavorato per più di 3 mesi nel corso del periodo precedente all'introduzione del sussidio». I beneficiari del Rdc «non sono distribuiti uniformemente sul territorio nazionale, ma sono soprattutto concentrati nelle regioni meridionali e nelle isole».

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«Lo shock pandemico ha avuto effeti differenziati»

«Lo shock pandemico, pur avendo colpito simultaneamente tutti i sistemi economici nazionali e tutti i settori, dal punto di vista degli impatti sull'economia reale ha avuto esiti molto differenziati, dato che vari attori hanno beneficiato di diversi gradi di protezione rispetto allo shock stesso», ha proseguito ancora il presidente dell'Inps.

«Il ruolo dell' Inps durante la fase emergenziale»

«Il ruolo dell' Inps durante la fase emergenziale è stato fondamentale per l'attuazione dei provvedimenti emanati dal legislatore per attenuare gli effetti economici e sociali della pandemia» prosegue il numero uno dell'Inps che ha spiegato come «gli interventi messi in atto dall'Istituto per emergenza Covid hanno raggiunto oltre 15 milioni di beneficiari pari a circa 20 milioni di individui, per una spesa complessiva pari a 44,5 miliardi di euro».

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Gli effetti del blocco dei licenziamenti

«Nel complesso, considerando tutte le tipologie contrattuali, a fine febbraio 2021 i posti di lavoro dipendente presso le aziende private risultavano diminuiti di 37.000 unità rispetto allo stesso momento dell'anno precedente», ha aggiunto Pasquale Tridico.
«Tra l'ultimo trimestre del 2019 e il primo trimestre del 2021 gli occupati in Italia si sono ridotti del 2,8% con un calo sostenuto soprattutto per gli indipendenti diminuiti del 5,1%». È quanto emerge dal rapporto secondo il quale «con la pandemia ha sofferto soprattutto il lavoro indipendente con un calo del 5,1% degli occupati e del 9.8% delle ore lavorate, mentre per i lavoratori dipendenti il calo è stato del 2,1% e i licenziamenti sono passati dai 560.000 medi annui nei 24 mesi precedenti la pandemia a 230.000 tra marzo 2020 e febbraio 2021».Quindi, «i posti di lavoro preservati con il blocco dei licenziamenti nel periodo marzo 2020-febbraio 2021 possono essere valutati in circa 330.000 e per oltre due terzi riconducibili alle imprese che hanno fino a 15 dipendenti».

«Necessario ridistribuire le tutele»

«Occorrerà riequilibrare non solo i sussidi, ma anche la distribuzione delle tutele, in un contesto dove l'area del lavoro povero e del lavoro precario va pericolosamente allargandosi», ha proseguito Tridico segnalando che i woorking poor erano il 26% nel 1990 e il 32,4% nel 2017, con un aumento della frammentazione lavorativa.
«Da qualunque prospettiva si analizzi, il 2020 è caratterizzato da una brusca caduta del fabbisogno di lavoro. Una parte relativamente ridotta, anche a seguito del blocco dei licenziamenti, ha perso il lavoro, ad un'altra non è stato rinnovato il contratto a termine, e molti hanno lavorato e guadagnato meno», ha spiegato ancora il numero uno dell'Inps.

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Le conseguenze della crisi

La retribuzione media annua è calata del 4,3% e una perdita media per dipendente di poco più di 1.000 euro. Per gli autonomi il calo è stato pari al -6,0%. La cassa integrazione guadagni (cig) ha visto aumentare, con i provvedimenti in deroga, i pagamenti di oltre 13 volte, passando da 1,4 miliardi di euro nel 2019 a 18,7 miliardi nel 2020, a seguito dell'aumento di quasi 11 volte il numero dei beneficiari, passati da 620mila nel 2019 a 6 milioni e 700mila lavoratori coperti da cig nel solo 2020,

«I pensionati con quota 100 sono stati 253mila»: le ipotesi per il dopo

«Tra il 2019 e il 2020 sono 253.000 i lavoratori che sono andati in pensione con Quota 100, per il 71,15% uomini» prosegue ancora. E da «un'analisi condotta su dati di impresa non mostra evidenza chiara di uno stimolo a maggiori assunzioni derivante dall'anticipo pensionistico». Il presidente dell'Inps ha avanzato quindi delle proposte per la fase successiva alla fine di Quota 100. Inps ha analizzato tre ipotesi: pensionamento anticipato con 41 anni di contribuzione, a prescindere dall'età; calcolo contributivo con 64 anni di età e 36 di contributi; anticipo della sola quota contributiva della pensione a 63 anni, rimanendo ferma a 67 la quota retributiva. «La pensione anticipata con 41 anni di contributi a qualsiasi età potrebbe costare lo 0,4% del Pil partendo da 4,3 miliardi nel 2022 per arrivare a 9,2 miliardi a fine decennio. «Dall'analisi emerge - ha proseguito - che la prima proposta è la più costosa e arriva ad impegnare fino allo 0,4% del prodotto interno lordo. La seconda, più equa in termini intergenerazionali costa inizialmente 1,2 miliardi per raggiungere un picco di 4,7 miliardi nel 2027 e produce risparmi già poco prima del 2035 per effetto della minor quota di pensione dovuta all'anticipo ma soprattutto ai risparmi generati dal calcolo contributivo», ha dettagliato. Nell'ultima proposta analizzata dal rapporto si garantisce invece flessibilità solo per la componente contributiva dell'assegno pensionistico con costi molto più bassi per il sistema. In quest'ultima l'impegno di spesa parte da meno di 500 milioni nel 2022 e raggiungerebbe il massimo costo nel 2029 con 2,4 miliardi di euro. «Nel lungo periodo tutte e tre le proposte portano a una riduzione della spesa pensionistica rispetto alla normativa vigente», ha proseguito.

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Per Tridico è «preoccupante la diuguaglianza nelle retribuzioni»

«La disuguaglianza nei redditi annuali sia cresciuta di quasi il 50% negli ultimi trent'anni, con una varianza che passa da 0,48 nel 1985 a 0,72 nel 2018; la disuguaglianza salariale risulta quasi raddoppiata, con una varianza da 0,24 nel 1985 a 0,44 nel 2018», ha dettagliato ancora il numero uno dell'Inps. Necessario «un approccio di equità e tutele universali - ha spiegato - piuttosto che di difese categoriali. Il primo passo in questa direzione sarebbe l'introduzione di un salario minimo»

«Scarsa natalità  aspetto problematico»

«Uno degli aspetti più problematici che oggi vive il nostro paese è la scarsa natalità. Questo ovviamente ha un impatto sia sul mercato del lavoro che sulla sostenibilità della crescita economica», ha proseguito. «La società italiana sta perdendo il contributo dei giovani, identificabili come la fascia entro i 29 anni: erano il 51,6% della popolazione nel 1951, sono oggi circa il 28%. Al rischio di diventare una risorsa sprecata si coniuga il rischio di costo sociale, che già oggi si concretizza nella disoccupazione e dei neet, la permanenza in famiglia, la scarsa o nulla partecipazione sociale. Il nostro Paese vede un aumento sproporzionato della popolazione anziana», ha continuato.

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«Occorre ripensare il ruolo dei giovani nella società italiana, lavorando a partire da scolarizzazione, occupazione, abitazione e uscita dalla famiglia di origine. A tal fine andrebbero introdotti non solo sgravi contributivi selettivi per le aziende, ma anche politiche di incoraggiamento per gli stessi giovani, quali il riscatto gratuito della laurea a fini pensionistici e di periodi di formazione», ha concluso Pasquale Tridico.

 

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