Recovery Fund, Enzo Amendola: «Fondi Ue, niente piani vecchi ma priorità al verde e al Sud»

Martedì 15 Settembre 2020 di Luca Cifoni

«Ci sono funzionari del governo e degli enti territoriali che sul Recovery Fund - dice Enzo Amendola, ministro degli Affari europei - stanno lavorando a testa bassa da luglio, che hanno anche saltato le ferie per avviare la messa a punto dei progetti. Mi fa arrabbiare che qualche furbone faccia uscire carte superate da almeno 30 giorni. Ci vuole serietà per questo, d’accordo con il presidente del Consiglio, ho deciso di denunciare alla Procura della Repubblica l’ultima fuga di notizie. Naturalmente nel pieno rispetto del lavoro dei giornalisti che, cercando informazioni, fanno il loro mestiere».
 

Recovery Fund

I progetti Recovery/ La falsa partenza che non può ripetersi - di Francesco Grillo
Sud penalizzato/ Perché i fondi non bastano per ripartire tutti insieme
Fondi Ue: Provenzano, in alcune regioni programmi in ritardo

Il coordinatore del comitato interministeriale che lavora al Recovery Plan del nostro Paese non ha gradito la fuoriuscita di una bozza con centinaia di programmi, per un ammontare complessivo di 677 miliardi a fronte dei 209 a cui l’Italia dovrebbe avere diritto. Idee più o meno nuove su una serie diversissima di temi, che agli occhi del ministro contrastano però con l’esigenza di concentrare le risorse su poche priorità ben definite.

Ministro, sembra che in molti casi sia avvenuto il famoso svuotamento dei cassetti...
«I progetti da presentare all’Unione europea non possono essere di questo tipo. Per un motivo molto semplice: parliamo di economia sostenibile, di digitalizzazione, ed è impensabile affrontare queste sfide del futuro con idee concepite magari cinque anni fa. È cambiato il mondo, nel frattempo».

Quindi come si sta muovendo il governo?
«A giorni attendiamo le linee guida dell’Unione europea, nelle quali saranno illustrati aspetti tecnici importanti, a partire dai template, i modelli da utilizzare per la stesura materiale dei progetti. Ci aspettiamo che possano arrivare anche indicazioni sui floor, i livelli percentuali minimi da dedicare ai singoli grandi temi. Per il green sappiamo già che la soglia è fissata al 37 per cento. Le linee guida saranno utili per l’interlocuzione con il Parlamento; poi dal 15 ottobre partiranno le consultazioni informali con Bruxelles per arrivare a partire dal gennaio prossimo alla presentazione ufficiale dei progetti».

Oltre al Parlamento quali saranno i soggetti coinvolti nella discussione?
«Regioni, Comuni e Province, con i quali il dialogo è già continuo. Poi vogliamo coinvolgere il mondo produttivo perché non ci sarà solo un incremento degli investimenti pubblici, ma anche una spinta a quelli privati. I grandi temi sono la transizione ecologica, quella digitale, l’inclusione sociale. Dobbiamo innovare e correggere le storture del passato: green significa porre fine, per esempio, a sprechi come quello dell’acqua pubblica. Gli investimenti sul digitale devono riguardare tanto la pubblica amministrazione quanto le imprese. Vanno mobilitate le energie private».

Al Sud dovrebbe affluire anche più del 34 per cento delle risorse previsto dalla legge per gli investimenti?
«Intanto va ricordato che si parla dei fondi del Recovery Plan, ma anche di quelli del bilancio europeo 2021-2027. Le risorse della coesione con i cofinanziamenti arrivano a 80 miliardi. Noi stiamo lavorando in strettissimo contatto con il ministro Provenzano e, del resto, il Piano Sud 2030 è pienamente integrato nelle nostre priorità. Al di là di una percentuale complessiva, è chiaro che i fondi destinati specificamente al Mezzogiorno saranno preponderanti in molti capitoli, per forza di cose. Se si tratta di recuperare i ritardi, ci sono ambiti in cui le Regioni meridionali sono ben al di sotto delle medie non solo europee ma anche italiane: penso agli asili nido, ai servizi pubblici a partire dalla giustizia, alle infrastrutture, alla banda larga in particolare nelle aree interne. E poi ci sono i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni che vanno garantiti su tutto il territorio nazionale».

A proposito di fondi strutturali, per il nostro Paese è un’esperienza quanto meno in chiaroscuro. Come evitare gli errori del passato, sia al Sud che nel resto d’Italia?
«Detto in estrema sintesi, dobbiamo concentrare la spesa su grandi obiettivi, non disperderla in mille rivoli. E dobbiamo abbandonare alcuni vizi antichi, come quello di arrivare agli ultimi due anni su sette per programmare effettivamente le risorse. Per questo il presidente del Consiglio ha già messo al lavoro tutti dal mese di agosto».

Gli altri Paesi europei potrebbero avere da ridire, vista la quota ingente di risorse destinata al nostro Paese? Si aspetta che qualcuno azioni il famoso freno di emergenza?
«Visto che l’Europa si prende la responsabilità di emettere bond per 750 miliardi, un meccanismo come il freno di emergenza mi pare ragionevole. Poi vedremo: si è parlato della sua applicazione contro l’Italia, ma io non escludo che succeda il contrario, che possiamo noi andare a discutere qualche spesa degli altri».
 

Ultimo aggiornamento: 13:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA