Imprese, Burelli: «Lavoriamo il 15% in meno, ma se i positivi crescono per l'acciaieria sarà dura»

Imprese, Burelli: «Lavoriamo il 15% in meno, ma se i positivi crescono per l'acciaieria sarà dura»
di Roberta Amoruso
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Lunedì 10 Gennaio 2022, 08:20 - Ultimo aggiornamento: 13:57

«Le dico la verità: il picco della pandemia dell'anno scorso, siamo riusciti a gestirlo senza particolari rallentamenti nella produzione. Adesso è dura. Il dilagare della pandemia ci preoccupa davvero sul fronte della continuità aziendale». Massimiliano Burelli, ceo dell'acciaieria Ast di Terni acquisita dal gruppo Arvedi, ha in portafoglio ordini che vanno oltre i livelli pre-pandemia. Eppure l'imprevedibilità dei contagi non dà certezze sulle prossime settimane.
I vostri impianti sono in grado di lavorare a regime?
«Pur avendo adottato sin da marzo 2020 un approccio molto cautelativo sul fronte della salute dei nostri lavoratori, purtroppo oggi dobbiamo fare i conti con una aggressività dei contagi molto diversa. Questo ci obbliga in qualche modo a iniziare a rallentare la produzione».
Quanti dipendenti vi mancano?
«Su 2.350 lavoratori, ieri sera ne avevamo 172 contagiati e 99 in quarantena. Parliamo di oltre il 10% della forza lavoro. E il bilancio si aggiorna continuamente».

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Come vi siete riorganizzati?
«Possiamo contare su un po' di ridondanza a livello di turni per compensare le assenze. Ma non basta se viene meno il 10% della forza lavoro. Un paradosso, visto che abbiamo il portafoglio pieno di ordini per almeno i prossimi cinque mesi. Le assicuro che è qualcosa di significativo nel nostro settore».
Qual è il livello di guardia oltre il quale la produzione non sta in piedi?
«Ad oggi solo in acciaieria siamo abbiamo ridotto circa il 10-15% della produzione. Questo però non vuol dire fermare il resto degli stabilimenti: ci sono le giacenze che compensano in questo caso».
Il suo tono però lascia intendere un certo timore che la situazione peggiori ulteriormente.
«È così. Purtroppo nei gli ultimi giorni c'è stato un incremento costante dei contagiati e dei quarantenati. Senza conseguenze gravi per la salute dei lavoratori, per fortuna. Ma le assenze pesano sull'operatività. E non è nemmeno prevedibile l'evoluzione nei prossimi giorni. Dipenderà molto anche dalle aree di attività in cui si concentreranno le assenze. Sono molto più difficili da gestire le carenze negli impianti a monte della produzione, come in acciaieria e nella lavorazione a caldo. Qui una carenza di due persone rischia di bloccare anche il lavoro delle altre 10 che operano nell'impianto».

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Burelli, qual è il punto di svolta che vi costringerebbe a chiedere la cassa integrazione?
«Per ora abbiamo ridotto i turni in acciaieria, stiamo riuscendo a mantenere i turni in laminazione a caldo e fermiamo a macchia di leopardo la parte a freddo. Fin dove riusciamo a lavorare in sicurezza, cosa che è la mia priorità assoluta, lo faremo, rispettando gli impegni presi con i nostri clienti. Non c'è dunque un punto di svolta al di sopra del quale si ferma tutto. Anche grazie alla giacenza dei semiprodotti. Ma se i contagi dovessero raddoppiare diventerebbe davvero complesso procedere».
L'introduzione a febbraio del Super green pass in fonderia può crearvi ulteriori problemi?
«Non siamo in grado di sapere quanti sono i lavoratori non vaccinati. Sappiamo che solo l'1% non si è presentato al lavoro perché senza green pass. Siamo stati fortunati. Adesso però non posso nascondere una certa preoccupazione ora».
Forse è più prevedibile invece quanto peserà il caro-gas sui conti e la competitività. C'è chi pensa che convenga chiudere pur di risparmiare sull'energia.
«Non è una valutazione che può fare un gruppo come il nostro che lavora sulla base degli ordini in portafoglio. Chiudere una settimana in questo caso significa solo creare disagio ai clienti. Perché in una settimana non cambia certo il mondo. Altra cosa è per chi lavora sul magazzino».
Come si affrontano i costi cresciuti in maniera esponenziali che non dovrebbero comunque tornare ai livelli di un anno fa?
«L'impatto è davvero importante sui margini, molto oltre le nostre previsioni. Ma questo non riguarda solo noi: l'intera manifattura italiano sta rischiando grosso. Ci stiamo giocando la ripresa. Per questo noi, come altre imprese energivore, speravano in misure di defiscalizzazione nella legge di Bilancio che alleviassero certi extra-costi. Nel frattempo ricordo che nostri competitor del Nord Europa possono contare su un mix energetico più robusto sul fronte delle rinnovabili, tra eolico e idroelettrico».
Sarà pure così, ma anche il resto d'Europa rischia di essere schiacciato dalla competizione cinese. Forse Bruixelles dovrebbe battere un colpo.
«I cinesi hanno oltre il 50% della produzione mondiale e godono di diversi sussidi. Impossibile reggere la competizione sulla base di costi così diversi. Questo è certo».

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