L'ambasciatore italiano alla Ue: «Il nuovo Patto di stabilità va chiuso entro il 2023 Sul Pnrr obiettivi centrati»

Pietro Benassi: la difesa comune non si esaurirà nella forza militare, ma servirà anche a contrastare i cyber attacchi

L'ambasciatore italiano alla Ue: «Il nuovo Patto di stabilità va chiuso entro il 2023 Sul Pnrr obiettivi centrati»
di Cristiana Mangani
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Lunedì 20 Dicembre 2021, 07:09

Occupazione, crescita, investimenti: l'Italia è davanti a mille sfide. Mai come in questo momento l'Unione europea sembra guardarci con occhio benevolo, anche se il percorso resta tortuoso.


Ambasciatore Pietro Benassi, da maggio scorso rappresenta il nostro paese presso la Ue, pensa che si riuscirà, prima della fine della legislatura europea, a mettere in atto una riforma del patto di stabilità?
«Tutti gli Stati membri concordano con la necessità di una revisione delle attuali regole di sorveglianza di bilancio e, da parte nostra, riteniamo che tale modifica debba andare verso il sostegno agli investimenti produttivi e favorevoli alla crescita. L'Italia lavorerà affinché la conclusione della revisione delle regole fiscali avvenga prima della disattivazione della Clausola di salvaguardia (cioè nel 2023 ndr), al fine di promuovere politiche di bilancio adeguate a sostenere la crescita, non solo mediante gli investimenti destinati alla transizione verde e digitale, per una rapida e duratura ripresa economica. La Commissione ha avviato la consultazione sulla revisione del Patto di stabilità e crescita e le proposte formali arriveranno solo nella primavera del 2022, per cui c'è tempo per maturare dei punti di vista che siano realistici».


L'Italia ha preso impegni tra i più gravosi d'Europa per l'attuazione del Pnrr, e per questo ha chiesto anche più fondi. Quali rischi stiamo correndo?
«Più che di rischi parlerei di occasione storica per l'Italia, che di fronte alle sfide della pandemia, ha saputo reagire prontamente e, a volte, meglio di altri paesi dell'Unione Europea. In fondo la scelta dell'Economist di nominarci Paese dell'anno è un riconoscimento internazionale della validità dei nostri sforzi. Il nostro Piano è ambizioso e lungimirante e rappresenta un'opportunità straordinaria per ridurre le disuguaglianze di reddito, di genere e di generazione ed un'occasione per adottare un corposo pacchetto di riforme necessarie per superare le storiche barriere che hanno frenato lo sviluppo degli investimenti pubblici e privati negli scorsi decenni. Nei prossimi cinque anni, l'Italia spenderà più di 235 miliardi di euro e in termini di attuazione del Pnrr, la settimana prossima il Governo approverà la relazione sullo stato di avanzamento del Piano e farà il punto anche sui 51 obiettivi da realizzare entro la fine dell'anno, che siamo certi di raggiungere entro i tempi previsti».

È prevista una maggiore flessibilità per i tempi di realizzazione?
«I tempi di realizzazione sono stati concordati con la Commissione Europea e l'Italia ha intenzione di rispettarli».

Gli eventi più recenti, a cominciare dall'Afghanistan, hanno messo in luce la necessità che l'Europa si smarchi dagli Usa, quale sarà il ruolo della Difesa europea?
«Su questo punto occorre fare chiarezza: la costruzione della Difesa europea è complementare al nostro impegno in ambito Nato. Il Presidente del consiglio è stato esplicito in proposito e non a caso le Conclusioni del Consiglio europeo del 16 dicembre, così come la Bussola strategica che stiamo negoziando in Consiglio, pongono molta enfasi su una terza Dichiarazione Congiunta Ue-Nato. Quanto alla proposta di una capacità Ue di risposta rapida, si tratterà di uno strumento di gestione delle crisi esterne, composto da personale degli Stati membri, interoperabile con la Nato e in grado di operare in scenari complessi, come appunto quello afghano dell'estate scorsa. Ma la Difesa europea non si esaurisce nel concetto di una forza militare di terra: occorre consolidare una cultura strategica comune, investire su tutto lo spettro delle minacce ibride, nel campo dello spazio, in ambito cyber o nel contrasto alla disinformazione».

Alcuni paesi membri sono sotto ricatto energetico, che tipo di interventi sono allo studio per evitare che i costi per i cittadini continuino ad aumentare?
«Nell'ultimo Consiglio europeo non è stato possibile raggiungere un consenso su una ricetta comune per limitare l'aumento dei prezzi dell'energia e ridurne l'impatto su famiglie e imprese. Alcuni Stati membri sono convinti che i mercati energetici funzionino ancora bene nel loro complesso e che i prezzi scenderanno da soli alla fine dell'inverno. Altri invece temono effetti strutturali e propongono modifiche radicali, in particolare al sistema europeo di scambio di quote delle emissioni, l'ETS, accusato di contribuire all'aumento dei prezzi del gas. L'Italia, insieme a Spagna, Francia ed altri Paesi, ha fatto proposte molto concrete e di buon senso. Quella sugli acquisti e stoccaggi comuni di gas nell'Ue, per creare riserve strategiche a cui attingere nei momenti di emergenza, è stata accolta dalla Commissione ed è ora nella proposta di revisione dei mercati e delle reti del gas. Un buon risultato».

In ultimo, la nota dolente: l'immigrazione. Tra muri che si alzano e i respingimenti nei paesi di ingresso, Italia, Spagna, Grecia, continuano a farne le spese.
«L'andamento della discussione tra i leader e le conclusioni adottate al recente Vertice autorizzano un'interpretazione più ottimistica. L'Europa si è impegnata ad un effettivo salto di qualità con specifici piani d'azione rivolti ai Paesi di origine e transito dei migranti così come ad una gestione europea della politica dei rimpatri. Solo intervenendo con efficacia nella gestione dei flussi verso l'Europa tuteleremo al meglio lo spazio intra-europeo».

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