Pensioni, allarme inflazione: fino a 20 miliardi per rivalutarle. Le stime del dossier preparato dall'Inps

Il nuovo meccanismo di adeguamento degli assegni farà impennare la spesa pubblica: 9 miliardi nel 2023

Pensioni, allarme inflazione: fino a 20 miliardi per rivalutarle
di Andrea Bassi
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Mercoledì 22 Giugno 2022, 22:34 - Ultimo aggiornamento: 23 Giugno, 09:05

Le pensioni avranno uno “scudo” più forte del passato contro l’inflazione. Ma il caro vita rischia adesso di pesare enormemente sui conti pubblici. Da quest’anno è tornato in vigore il sistema di indicizzazione per quote e scaglioni degli assegni. Un sistema più favorevole ai pensionati e che prevede il recupero pieno dell’inflazione per chi percepisce un assegno fino a 4 volte il minimo (circa 2.000 euro); una rivalutazione del 90% per la quota tra quattro e cinque volte quella minima e del 75% per quella superiore a 5 volte. Questo meccanismo in pratica, permette il recupero pieno dell’inflazione sui primi duemila euro anche a chi ha assegni più alti. Ma ha un costo per lo Stato. Altrettanto alto in un periodo di inflazione galoppante. A fare i conti è stato l’Upb, l’Ufficio parlamentare di Bilancio, che ieri insieme all’Inps ha presentato un’indagine sui risultati di Quota 100. 

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Il dossier

L’Upb ha elaborato una prima simulazione dell’impatto sulla spesa pensionistica degli ultimi aumenti dell’inflazione. Il Def ha previsto per quest’anno un caro vita del 5,8%. Ma le ultime stime Istat già registrano un incremento del 7,3% dei prezzi con un trend in aumento. Se a fine anno ci fossero due punti in più di inflazione rispetto alle stime, come appare ormai probabile, il meccanismo di indicizzazione degli assegni farebbe aumentare la spesa il prossimo anno di 9 miliardi. Che poi salirebbero a quasi 16 nel 2024 e a 20,6 nel 2025. Un balzo decisamente alto. Ieri si è discusso comunque soprattutto di Quota 100 e di nuove riforme pensionistiche. «La dinamica della spesa pensionistica, lo stato dei conti pubblici e il contesto macroeconomico attuali suggeriscono la necessità di estrema prudenza nel ricorso a nuovo indebitamento», ha detto ieri la presidente dell’Upb Lilia Cavallari. Quota 100, innanzitutto. Lo scivolo con 62 anni di età e 38 di contributi, fortemente voluto dalla Lega durante il governo giallo-verde, è stato usato da meno persone del previsto. Solo 380 mila lavoratori hanno approfittato dell’uscita anticipata, contro una stima di 678mila pre-pensionamenti. In pratica il 45% in meno di quanto preventivato dal governo. Questo ha comportato anche un importante risparmio di spesa. Era stato previsto di spendere fino al 2025 circa 33 miliardi di euro. Ne sono stati spesi poco più di 23 secondo il monitoraggio dell’Inps. Sono in pratica “avanzati” 10 miliardi, ma più di 4 miliardi erano già stati definanziati. Al momento, insomma, ci sarebbe un risparmio da qui al 2025 di 5,7 miliardi. Un “tesoretto” che i sindacati hanno subito chiesto che sia attribuito a una nuova riforma delle pensioni che permette l’uscita anticipata dei lavoratori. 

Le ipotesi

Proprio sulle ipotesi in campo per l’introduzione di un nuovo principio di flessibilità, è intervenuto il presidente dell’Inps Pasquale Tridico, che ha messo a confronto i costi di tre possibili riforme. La prima è la cosiddetta «Quota 41», il pensionamento con 41 anni di contributi a prescindere dall’età. Il costo della riforma, ha spiegato Tridico, sarebbe di 18 miliardi nei primi tre anni. La seconda ipotesi sarebbe il pensionamento a 64 anni con 35 di contributi, e un assegno maturato pari ad almeno 2,2 volte quello minimo. Il costo di questa ipotesi sarebbe di 6 miliardi nei primi tre anni. C’è poi l’ipotesi Tridico, ossia il pensionamento a 63 anni con almeno 20 di contributi e un assegno pari a 1,2 volte quello minimo. Con la pensione però, che verrebbe pagata in due tranche: la quota contributiva a 63 anni, e quella retributiva a 67 anni. In questo caso il costo sarebbe di 3,5 miliardi.

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