Opzione Donna, come cambia: priorità del governo sulle pensioni e ai trattamenti per i giovani

L’obiettivo è mettere a punto un meccanismo che consenta ai lavoratori nati dopo il 1970, e sottoposti al regime di calcolo integralmente contributivo, di poter incassare, nei prossimi anni, pensioni più alte e dignitose rispetto alle attuali proiezioni

Opzione Donna, come cambia: priorità del governo sulle pensioni e ai trattamenti per i giovani
di Michele Di Branco
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Giovedì 19 Gennaio 2023, 22:42 - Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 00:19

Il tempo dei provvedimenti “tampone” è finito. Adesso è arrivato il momento delle scelte strutturali e definitive. Il governo apre il cantiere sulla riforma delle pensioni e, come promesso dal ministro del Lavoro, Marina Calderone, a imprese e sindacati riuniti ieri per un primo incontro, presto sarà messo a punto un calendario sui prossimi tavoli tecnici attraverso i quali definire «un’agenda di riflessioni sul sistema previdenziale». Il ritmo promette di essere serrato: si comincerà l’8 febbraio prossimo con un focus su giovani e donne ma soprattutto con l’esame di uno dei provvedimenti più discussi del governo Meloni: la revisione dei criteri di accesso al prepensionamento con Opzione Donna.

IL PIANO

Un provvedimento su cui il ministro riconosce: «Alcuni interventi non hanno portato consenso, come Opzione donna, ma c’è il massimo impegno per trovare misure con cui rivedere alcuni passaggi della norma». Altro tema prioritario sul tappeto, come detto, quello delle garanzie per i giovani. L’obiettivo è mettere a punto un meccanismo che consenta ai lavoratori nati dopo il 1970, e sottoposti al regime di calcolo integralmente contributivo, di poter incassare, nei prossimi anni, pensioni più alte e dignitose rispetto alle attuali proiezioni. Carriere discontinue e salari bassi, oltre all’abbandono del sistema retributivo, rischiano infatti di ridurre i trattamenti futuri del 25 per cento rispetto ai lavoratori delle generazioni precedenti. Un problema al quale si vuole porre rimedio attraverso un intervento pubblico che consenta di integrare gli assegni. Tra i temi in discussione nelle prossime settimane anche il superamento della legge Fornero che fissa a 67 anni il tetto per poter lasciare il lavoro. La flessibilità in uscita, ha detto il ministro Calderone, è «un impegno ed è una priorità». Tra le ipotesi in campo, una volta terminata la fase sperimentale di Quota 103, quella di introdurre Quota 41, consentendo l’uscita dal lavoro con quel numero di anni di contribuzione, a prescindere dall’età anagrafica. Qualsiasi scelta di anticipo rispetto all’età di vecchiaia dovrà comunque tenere conto dell’andamento dell’aspettativa di vita (diminuita con il Covid ma probabilmente in ripresa) ed essere legata ai contributi versati. 

LA RIFORMA

Ma si potrebbe anche scegliere la via dell’anticipo per le categorie più in difficoltà sulla scia delle norme sull’Ape sociale. Calderone ha sottolineato che «si lavorerà per trovare meccanismi di ulteriore miglioramento dell’attuale normativa vigente per quanto riguarda, in particolare, la flessibilità in uscita specialmente in riferimento alle categorie più interessate da lavori usuranti». Tra gli altri dossier, la separazione tra spesa previdenziale e quella assistenziale; la previdenza complementare; il rapporto lavoratori attivi-pensionati, la rivalutazione delle pensioni; le politiche attive e la produttività, i capitoli sui tavoli. L’ascolto ai contributi di sindacati (perplessa la Cgil, più morbide le altre organizzazioni) e imprese è dunque aperto. L’obiettivo, per Calderone, è quello di «arrivare velocemente alla definizione della riforma». Ovviamente le decisioni saranno influenzate da elementi finanziari e demografici. Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha ammonito che il quadro al 2029 «non è positivo» con il rapporto tra lavoratori e pensionati che passerà dall’attuale 1,4 a 1,3 per poi arrivare nel 2050 a uno a uno.

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