Mps, il Tesoro avanti da solo: ma ci vuole l’ok di Bruxelles

In una nota congiunta Mef e Unicredit hanno ufficializzato il fallimento del negoziato. Subito una ricapitalizzazione di almeno 3 miliardi. E la Ue chiederà discontinuità

Mps, il Tesoro avanti da solo: ma ci vuole l ok di Bruxelles
di Rosario Dimito
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Lunedì 25 Ottobre 2021, 00:03 - Ultimo aggiornamento: 11:54

Ora è ufficiale: dopo le indiscrezioni degli ultimi giorni, in vista della riapertura dei mercati questa mattina, con una nota congiunta Unicredit e Via XX Settembre ieri sera si sono dati reciprocamente atto di avercela messa tutta nel formalizzare il fallimento delle trattative partite il 29 luglio con la lettera di intenti finalizzate alla fusione parziale con Mps, secondo gli impegni assunti con l’Europa nel 2017. 

LA ROTTA

Per Siena, in assenza di alternative industriali (fonti di Banco Bpm hanno ribadito di non avere interesse e di non essere stati contattati di recente avendo come priorità il nuovo Piano industriale del 5 novembre), l’unica strada percorribile è l’avvio di un secondo piano di ristrutturazione da negoziare con la Dg Comp a Bruxelles mediante un’altra ricapitalizzazione precauzionale di 2,5-3 miliardi per tenere conto anche dell’esito dello stress test di luglio che ha classificato l’istituto come il peggiore d’Europa (Cet 1 negativo dell’1%).

IL DIALOGO

In verità, con l’Europa i contatti sono in corso da un paio di settimane e, nonostante la recente smentita, dalla direzione di Via XX Settembre sarebbe stata avanzata la richiesta di una proroga rispetto alla scadenza del bilancio 2021 per trovare il nuovo azionista. 
Lo slittamento potrebbe essere di 2-3 anni, il tempo necessario per attuare le nuove misure compensative che l’Europa potrebbe imporre per tagliare ancora i costi e far dimagrire gli attivi. 
La nuova ristrutturazione a carico dello Stato, come la prima, presuppone i vincoli della condivisione dei rischi secondo il bunder sharing, per cui gli 1,8 miliardi di bond Tier2 in circolazione verrebbero trasformati in equity, come avvenuto quattro anni fa con 1,5 miliardi di prestiti obbligazionari divenuti capitale al fianco dei 5,4 miliardi versati dal Mef. 

LA COMMISSIONE

In più la previsione è che la nuova cura da cavallo dettata dagli uffici di Margrethe Vestager comporterebbe una svolta manageriale per assicurare la discontinuità - che è la parola d’ordine in queste situazioni - e il dimagrimento rassomiglierebbe al perimetro ritagliato da Orcel relativo al 65 per cento dell’attuale attivo: network commerciale, esclusi Mps Capital services, factoring, leasing, Consorzio operativo, 300 filiali di cui 120 trattate da Mcc, 7 mila dipendenti. In più il banchiere di Unicredit aveva tagliato fuori 4 miliardi di Npl - che avrebbero potuto essere acquistati da Amco - oltre a rischi e contenziosi legali per circa 6,2 miliardi. 

LE SCELTE

A proposito di perimetri al centro delle trattative, fino all’ultimo da parte di Unicredit si sarebbe tentato di salvare capra e cavoli: da una parte tenere fede alla condizione iniziale di completare un’operazione con impatto neutro sul capitale del gruppo pro-forma e che creasse accrescimento dell’utile per azione, dall’altra di non aprire l’incertezza sul futuro del gruppo senese. 
Di fronte alle nuove richieste giunte dal Tesoro sabato 16 di riconsiderare l’acquisto dell’intero gruppo Mps, al netto di filiali e passività, Orcel non avrebbe respinto tour court la proposta ma, sempre per garantire impatto zero sul capitale di Unicredit, avrebbe rilanciato la richiesta di 9,2 miliardi di aumento di capitale invece dei 7 miliardi necessari per il perimetro ristretto. 
Anche questa nuova opzione è stata però respinta dal Tesoro perché considerata oltremodo onerosa. 
Per Unicredit il futuro è affidato al nuovo piano industriale che verrà presentato al mercato entro primi di dicembre, fondato sulla digitalizzazione del gruppo.

L’IPOTESI BANCO BPM

C’è sempre chi ipotizza un blitz su Banco Bpm che è sempre stato il pallino di Orcel. Ieri il banchiere era all’estero e a un paio di investitori istituzionali con i quali ha commentato la rottura su Mps, avrebbe confidato che Banco Bpm resta il target ideale per aumentare la quota di mercato in Italia; ma alla capitalizzazione attuale (4,4 miliardi) ai quali aggiungere un premio, il deal non assicurerebbe un ritorno del capitale investito. 
Per ora quindi Unicredit riprende la navigazione ordinaria rinviando mosse strategiche al 2022. Di sicuro il mancato acquisto di Mps mantiene congelato il risiko bancario in Italia e potrebbe allungare i tempi anche per la sistemazione di Banca Carige.

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