PENSIONI

Pensioni, vecchiaia a 67 anni e quota 100: così si lascia il lavoro nel 2019

Giovedì 27 Dicembre 2018 di Francesco Pacifico
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Vecchiaia a 67 anni e quota 100, così si lascia il lavoro nel 2019

Per le condizioni d’accesso alle nuove pensioni di anzianità, quelle legate al rapporto tra età anagrafica e monte contributivo, bisognerà aspettare tra il 10 e il 12 gennaio. Cioè quando il governo ha annunciato il decreto dell’anticipo di “Quota cento” (62 anni d’età e 38 anni di contributi) per superare almeno per tre anni la Fornero. Ma il cantiere previdenziale già adesso prevede importanti novità per il 2019.

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Dal prossimo primo gennaio per la pensione di vecchiaia, quella collegata all’età massima di uscita, si dovranno avere 67 anni di età (con almeno venti di contributi). Questo è il risultato dell’adeguamento all’aspettativa di vita, che scatta in modo automatico in base ai dati Istat sull’invecchiamento. Ma il governo ha deciso che il gradino di cinque mesi non si applicherà per l’attuale pensione anticipata: anche questa norma sarà inserita nel provvedimento di gennaio. Con il risultato che il requisito resta di 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne. Un beneficio però limitato nella pratica, perché a questo tipo di uscita sarà applicata una “finestra” di tre mesi tra la maturazione dei requisiti e l’effettiva erogazione dell’assegno: dunque di fatto si risparmieranno solo due mesi rispetto alla situazione attuale.

Saranno confermate invece le uscite anticipate con l’Ape sociale, l’Ape volontaria e Opzione donna. La prima sperimentazione prevede una cosiddetta indennità-ponte pari a 1.500 euro per 12 mensilità per chi, con 63 anni di età e tra i 30 e i 36 anni di contribuzione, va in quiescenza tre anni prima del previsto. Ma soltanto se dimostra di vivere in una situazione di particolare disagio per disoccupazione, invalidità o la necessità di prendersi cura di un familiare, o se svolge uno dei lavori considerati gravosi. Resta in vigore per tutto il 2019 l’Ape volontaria o aziendale: stessi requisiti numerici, ma il conto è a carico di lavoratori e/o datori con il meccanismo del prestito pensionistico. Attraverso una singola finestra, le donne con almeno 35 anni di contributi potranno uscire a 58 anni se dipendenti e a 59 se autonome. Ma questa sperimentazione - Opzione donna - passa per un assegno totalmente ricalcolato con il metodo contributivo, quindi con forti penalizzazioni.

IL BLOCCO 
Questo per le pensioni future. Per quelle in essere, in manovra, il governo ha prorogato il blocco della rivalutazione in base all’inflazione, introdotto dal governo Letta nel 2013. Dal prossimo primo gennaio, gli assegni dovevano essere indicizzati in relazione al carovita secondo tre fasce: partendo dal 100 per cento per quelle fino a 3 volte il minimo (che dall’anno prossimo tocca i 1.539 euro) fino al 77 per quelle cinque volte il minimo. Invece, le modifiche in Legge di stabilità nella speranza di recuperare oltre 10 miliardi entro il 2028, la rivalutazione piena scatta entro i 1.539 euro. Invece tra le 3 e le 4 volte il minimo (fino a 2.000 euro) l’aliquota salirà al 97 per cento, tra i 4 e 5 (fino a 2.537 euro) al 77, tra le 5 e 6 (fino a 3.044 euro) al 52, tra le 6 e 7 (fino a 4.059 euro) al 47, tra le otto e nove (fino a 4.566 euro) al 45 per cento, oltre le nove volte al 40 per cento. Il tutto si traduce in una riduzione dell’assegno tra i 65 a 325 euro all’anno. 

Stangata poi le oltre 24.287 pensioni considerate alte, cioè superiori ai 100 mila euro lordi all’anno: sono 24.287. Non c’è più il ricalcolo con il contributivo voluto dai Cinquestelle e dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, ma un prelievo aggiuntivo: sarà tagliata del 15 per cento la parte dell’assegno tra 100.000 e i 130.000 euro, del 25 per cento tra i 130.000 e 200.000 euro, del 30 tra i 200.000 e i 350.000 euro, del 35 tra i 350.000 e il mezzo milione di euro, del 40 sopra questa cifra. Il tutto per risparmiare da qui al 2023 poco più di 400 milioni di euro.

Ultimo aggiornamento: 16:16 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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