Statali, fuga dai concorsi. Tridico: «I contratti della Pa devono allinearsi ai privati»

Il presidente dell’Inps: «Il mercato è competitivo, serve più formazione». «Contano anche contesto lavorativo, stipendi più alti e possibilità di carriera»

Statali, fuga dal lavoro. Tridico: «I contratti della Pa devono allinearsi ai privati»
di Andrea Bassi
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Sabato 28 Maggio 2022, 00:10 - Ultimo aggiornamento: 14:32

Posti che restano scoperti. Vincitori di concorso che rinunciano all’assunzione. In generale sembra assistere a una crisi dei concorsi pubblici. Pasquale Tridico, presidente dell’Inps, il posto fisso non attira più?

«Partiamo dall’Inps che è il mio punto di osservazione. Stiamo facendo un concorso per duemila posti circa, che verranno fatti salire a seimila. Sa in quanti hanno fatto domanda?». 

In quanti?

«Sessantasettemila. E abbiamo anche appena assunto 350 informatici, e il primo di luglio prenderanno servizio 350 nuovi medici. E poi la stabilizzazione per altri 820 medici e la selezione appena aperta per i 3.014 lavoratori del call center che verrà internalizzato. Stiamo per assumere anche 15 avvocati dopo aver ricevuto 8mila domande». 

Dunque sbaglia chi, come il ministro Enrico Giovannini, lamenta difficoltà a trovare candidati nel pubblico? Eppure ci sono stati molti flop, come il concorsone per il Sud.

«No, Giovannini non sbaglia. Credo piuttosto che l’Inps sia in controtendenza».

La tendenza allora qual è?

«Il mercato del lavoro ora è più competitivo. Le pubbliche amministrazioni devono imparare a contendersi i lavoratori con il mondo privato. Soprattutto in un’epoca post Covid che ha fatto emergere nuovi fenomeni». 

Come l’indisponibilità a trasferirsi dal Sud al Nord?

«Anche. La pandemia ha fatto emergere nuove e diverse esigenze nel mercato del lavoro. Oggi bisogna prendere atto del fatto che offrire un lavoro ha un costo più alto». 

Vanno quindi aumentate le retribuzioni?

«Sì, ma non è soltanto una questione monetaria. È complessiva. Riguarda il luogo di lavoro, le condizioni offerte nel luogo di lavoro. È quello che gli inglesi chiamano “home”». 

La casa?

«Non è inteso come casa o appartamento. È dove hai deciso di piantare radici e svolgere la tua vita. Si tratta di aspetti che dopo il Covid hanno assunto una rilevanza centrale e comportano un costo-opportunità maggiore. Il fenomeno, già evidente per il privato, inizia ad esserlo anche nel pubblico». 

In Inps avete avuto evidenza di questo fenomeno?

«Noi abbiamo 500 sedi su tutto il territorio nazionale e quindi riusciamo ad assumere dappertutto. Ma è vero che, per esempio, a Bolzano non siamo riusciti ad assumere laureati e abbiamo dovuto deviare sui diplomati per i profili da funzionario in deroga all’obbligo di laurea, ma anche in relazione alla necessità di rispettare i requisiti di bilinguismo». 

La pubblica amministrazione ha difficoltà a reclutare anche per la competizione del privato sugli stessi profili professionali. Gli stipendi nel pubblico impiego sono troppo bassi?

«La retribuzione è importante. Ma sono importanti i profili di carriera e, come dicevo, gli ambiti lavorativi e la formazione sul posto di lavoro. Il sapere che vado a lavorare in un luogo digitalizzato, in un posto che mi permette di fare lo smart working, in un luogo aperto alle nuove tecnologie. All’Inps le domande di impiego arrivano perché siamo nell’onda alta di un reclutamento altamente professionalizzato. Siamo un’amministrazione che punta sulle nuove tecnologie e abbiamo uno smart working diffuso. Penso che tutte le amministrazioni dovrebbero tentare di fare questo tipo di discorso. Infine, servono relazioni industriali moderne».

Che cosa vuole dire relazioni industriali moderne?

«Significa mettere nei contratti integrativi ciò che oggi già offrono le aziende private più moderne. Parlo di condizioni di lavoro flessibili che consentano di conciliare i tempi di lavoro con quelli della vita privata, forme di welfare familiare, uno smart working moderno. Bisogna guardare a quello che sta avvenendo nelle grandi corporation dei servizi. Hanno delle politiche del lavoro molto innovative. Anche nel pubblico bisogna cercare di introdurre nei contratti le stesse innovazioni sperimentate dalle imprese private». 

C’è un’altra faccia della medaglia che emerge dai concorsi pubblici, la scarsa preparazione emersa in alcuni di questi. Nella scuola il 90% dei candidati non ha superato i test. Nella magistratura anche peggio. I giovani sono meno preparati che in passato?

«Potremmo citare il paradosso di Solow, nobel per l’economia. L’innovazione tecnologica viaggia più veloce delle competenze. Ci sarà bisogno qualche anno perché i profili adatti si formino e si adeguino. Il gap si colma attraverso la formazione, tanto più veloce tanto meglio. Ma c’è anche un altro fenomeno». 

Quale?

«Nei periodi di crescita, e nonostante la guerra oggi siamo ancora in un periodo di crescita, le aziende ripartono tutte insieme e si contendono i lavoratori. Questo genera l’apparente paradosso di avere posti vacanti in presenza di disoccupazione».

Ha letto della polemica partita dalle dichiarazioni dello chef Alessandro Borghese sulla difficoltà di trovare camerieri e cuochi per i suoi ristoranti? I ragazzi hanno perso la voglia di sacrificarsi?

«Mi è piaciuta molto la risposta di Lino Banfi. Ha detto la stessa cosa che noi insegniamo ai nostri alunni di microeconomia al primo anno di Università».

E sarebbe?

«Se c’è un mercato c’è un’offerta e una domanda. Se la domanda di lavoro non soddisfa l’offerta, allora quest’ultima deve adeguare le sue condizioni, che possono essere condizioni remunerative, aziendali, di ore lavorate. Anche gli Stati Uniti hanno questi stessi fenomeni, ma vengono affrontati con un tasso di polemica molto inferiore. Ma lì sono più abituati di noi a ragionare in termini di domanda e offerta». 

C’è chi punta il dito sul Reddito di cittadinanza per la carenza di personale in questi profili. In che modo il sussidio ha inciso sul mercato del lavoro?

«Penso che il Reddito di cittadinanza abbia semplicemente rivelato qual è la vera questione, ossia i bassi salari. Oggi funziona come un salario di riserva, una soglia sotto la quale non si può scendere, soprattutto in assenza di salario minimo, quindi ci deve necessariamente essere una spinta verso l’alto delle retribuzioni».

Sulle dinamiche del mondo del lavoro incide anche la demografia?

«Non c’è dubbio che nelle transizioni la demografia incide. E oggi noi viviamo una transizione di forte squilibrio. Stanno uscendo dal mercato del lavoro le generazioni del baby boom, i nati negli anni 50 e 60 che sono tanti, ed entra nel mercato del lavoro la generazione più recente, i nati 20-25 anni fa, il cui numero è decisamente inferiore». 

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