L'Antitrust contro Fca: «Danni dal trasferimento a Londra»: la concorrenza fiscale costa all'Italia fino a 8 miliardi. Multa ai big della Gdo per il pane avanzato

Martedì 2 Luglio 2019
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Roberto Rustichelli, presidente Antitrust
Roberto Rustichelli se la prende con il dunping fiscale di Olanda, Irlanda, Lussemburgo e Regno Unito. Con gli «accordi fiscali stretti da alcuni Paesi». Ce l’ha  con la concorrenza fiscale di cui, di fatto, beneficiano le più astute multinazionali, Fca in testa. E con i danni stimati tra i 5 e gli 8 miliardi per il nostro Paese. Di cui fanno le spese anche piccole e medie, ma anche grandi imprese «lodevolmente etiche nei confronti dei nostro Paese».  La prima relazione da presidente dell’Antitrust   ha dunque il suo focus  sulla concorrenza fiscale. Ma non solo questo. Per la prima volta l’Antitrust punta il dito  contro l’obbligo di reso del pane fresco rimasto invenduto, imposto secondo l’Authority, dai principali operatori della Gdo (Coop Italia, Conad, Esselunga, Eurospin, Auchan e Carrefour) ai propri fornitori. Sei procedimenti conclusi con  sanzioni per 680 mila euro. Accuse che gli interessati rispediscono al mittente. Così mentre Coop sostiene di «aver agito nell’interesse dei consumatori», Carrefour si dice «sorpresa», mentre Esselunga ha già annunciato il ricorso contro la decisione.
LE ACCUSE A FCA
Nel dettaglio, Rustichelli ha puntato il dito contro il recente trasferimento della sede fiscale di Fca a Londra e della sede legale e fiscale in Olanda delle sue società controllate ha provocato «un rilevante danno economico per le entrate dello Stato». Il caso Fca, «quella che era la principale azienda automobilistica italiana» è la conferma della penalizzazione che subisce l’Italia dalla concorrenza fiscale all’interno della Ue. Lì dove però non mancano i virtuosi.  «la proprietà» delle grandi imprese italiane che mantiene «comportamenti fiscali lodevolmente etici nei confronti del nostro Paese» pur subendo «un grave svantaggio competitivo».
Colpa dei paradisi fiscali. Perchè la concorrenza fiscale all’interno dell’Unione europea mina la fiducia nel mercato unico e penalizza in particolare l’Italia con un danno annuo stimato fino a 8 miliardi.  «La concorrenza fiscale genera esternalità negative che costano a livello globale 500 miliardi di dollari l’anno, con un danno stimato per l’Italia tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari l’anno. Una concorrenza fiscale di cui, di fatti, beneficiano le più astute multinazionali pone le imprese italiane, soprattutto quelle piccole e medie, ma anche le grandi società la cui proprietà mantiene comportamenti fiscali lodevolmente etici nei confronti dei nostro Paese, in una situazione di grave disagio competitivo».
Sul banco degli imputati finiscono i soliti noti, Olanda Lussemburgo, Irlanda e anche Regno Unito. E dunque quel dumping fiscale di alcuni paesi membri «divenuti ormai veri e propri paradisi fiscali». Alcuni paesi «ci guadagnano ma è l’Europa a perderci».  Ed è per questo che non può stare a guardare. Per Rustichelli, «l’Europa e i governi nazionali possono e devono fare di più: innanzitutto rimuovendo quelle asimmetrie e distorsioni competitive che impediscono al mercato unico di funzionare correttamente a beneficio di tutti».
Si tratta di dare battaglia a quella «malsana competizione»  frutto «di egoismi nazionali e rischia di incrinare i valori che hanno finora sorretto il processo di integrazione europea». Di qui la citazione del caso Lussemburgo «Paese di circa 600 mila abitanti, è in grado di raccogliere imposte sulle società pari al 4,5% del Pil, a fronte del 2% dell’Italia». Anche l’Irlanda (2,7%) fa meglio dell’Italia, con un’aliquota particolarmente bassa  in grado di attrarre imprese  profittevoli con un margine operativo lordo mediamente pari al 69,4% del valore aggiunto prodotto. Insomma, gli investimenti internazionali si adattano alla geografia della concorrenza fiscale per Rustichelli. E se ll’Italia attira investimenti esteri diretti pari al 19% del PIL; il Lussemburgo pari a oltre il 5.760%, l’Olanda al 535% e l’Irlanda al 311%. «Valori così elevati non trovano spiegazione nei fondamentali economici di tali Paesi, ma sono in larga parte riconducibili alla presenza di società veicolo». Società puntualmente a controllo estero. Dunque, le imprese a controllo estero rappresentano oltre un’impresa su quattro del Lussemburgo, mentre generano il 73,6% del margine operativo lordo complessivo prodotto dalle imprese in Irlanda a fronte del 12,7% in Italia. E basta guardare uno studio commissionato dal Ministero delle Finanze olandese per vedere come i soli flussi finanziari (dividendi, interessi e royalties) che passano dalle società di comodo olandesi ammontano a 199 miliardi di euro (il 27% del PIL del Paese). I «tax ruling»

Comprensibile, date le premesse, se l'Antitrust ha dedicato il secondo paragrafo di questo capitolo
 «ai cosiddetti tax ruling, che possono conferire un vantaggio specifico a talune imprese idoneo a distorcere la concorrenza>. Negli ultimi anni, «È indispensabile, dunque, ritrovare un approccio strategico comune a livello europeo per porre fine alle distorsioni del mercato attualmente esistenti, assicurando che l’imposta sia versata nel luogo in cui gli utili ed il valore sono generati. Minano il mercato unico anche le pratiche di dumping sociale e contributivo che - sottolinea Rustichelli - .
E certi fenomeni per Rustichelli
«appaiono ancora più inaccettabili quando incoraggiati attraverso l'utilizzo di risorse pubbliche che, anziché essere rivolte a promuovere lo sviluppo dei territori, vengono strumentalmente impiegate in danno di altri Paesi; ovvero quando la decisione di un'impresa di trasferire altrove la produzione venga assunta dopo aver ricevuto aiuti pubblici per effettuare investimenti produttivi». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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