Italia-Ue, procedura al via ma il governo tratta fino a gennaio

Lunedì 19 Novembre 2018 di Marco Conti
Più si avvicina il giorno della verità, più i toni diventano morbidi. Conciliante Matteo Salvini: «Sono convinto che l'Ue ci permetterà di fare quello che è un bene per gli italiani». Più che propositivo Luigi Di Maio che al Corriere dice di essere pronto «a clausole di salvaguardia che mettano al riparo dallo sforamento del deficit». Mani tese che però ancora non si concretizzano in un cambiamento di rotta del governo gialloverde sulla legge di Bilancio e che quindi non bastano a spingere la Commissione europea a cambiare idea.



IN ATTESA
Dopodomani arriverà la risposta di Bruxelles alla lettera del ministro dell'Economia Giovanni Tria attraverso la quale il governo aveva confermato l'impianto della manovra. Compreso il 2,4% di rapporto deficit-pil, 1,5% di crescita stimata e lo 0,8 di deficit in più. Tre numeri indigesti che violano le regole europee e che, al di là delle valutazioni politiche dei vari commissari, verranno contestati nel parere che la Commissione invierà mercoledì al governo e che spinge l'Italia verso la procedura. Ma per l'avvio della procedure per deficit eccessivo occorrerà fine anno quando la manovra verrà approvata in Parlamento diventando quindi ufficiale.
Ancora un paio di mesi, quindi, di trattative in attesa del 22 gennaio, quando è prevista la riunione della Commissione che valuterà l'avvio della procedura. Due mesi ancora, quindi, durante i quali il governo pensa di trovare strade alternative ed evitare che la procedura si trasformi nella richiesta all'Italia di una manovra correttiva con molti zeri. Malgrado le mani tese, la promesse di restare ben al di sotto del 2,4% e la buona volontà, i margini del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, del ministro dell'Economia Giovanni Tria e del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, sono piuttosto scarsi. Al punto che il più volte annunciato incontro in settimana tra il premier Conte e il presidente della Commissione Jean Claude Juncker, si terrà ma solo a margine del Consiglio Europeo di domenica prossima, convocato per discutere di quella Brexit che un super europeista come Benedetto della Vedova invita a tener conto; «per fermarsi in tempo».

La sensazione di isolamento che si respira a palazzo Chigi è accentuata dal sostanziale cambio di rotta fatto dal ministro Paolo Savona che ieri sul Sole24Ore ha lanciato una sorta di appello al dialogo all'Europa. Il ministro agli Affari Europei sembra aver preso atto che una Commissione a fine mandato sarà pure debole, come pronosticato, ma ancor più priva di margini politici che in tempi normali avrebbero potuto produrre qualche spazio in più di trattativa. Invece Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione, tre giorni fa ha usato termini molto duri sulla manovra italiano confermando come ormai a Bruxelles contino solo i numeri e quelli proposti dal governo gialloverde non corrispondono per nulla alle regole.

IL FRONTE
E così l'incontro di Conte con Juncker di domenica rischia di avere una qualche utilità solo per il dopo 22 gennaio. Ma parare il colpo o diminuirne l'effetto non sarà facile e non ottemperare alle richieste che Bruxelles avanzerà all'Italia dopo il 22 gennaio, rischia di esporre ancor più il sistema bancario e finanziario del Paese alla speculazione. Ma se il ministro Savona sembra aver cambiato fronte, i vicepremier resistono confermando anche ieri l'impianto della manovra. Una trincea, quella scavata da Di Maio e Salvini, che però comincia a sollevare dubbi nei rispettivi partiti. Alzare il piede d'acceleratore, come consigliava giorni fa il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, significa però mettere in discussione l'impianto della manovra e nessuno intende farlo. Almeno non per primo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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