GIUSEPPE CONTE

Irpef, la riforma Conte costa 6,7 miliardi ed è regressiva

Sabato 19 Ottobre 2019 di Michele Di Branco
Irpef, la riforma Conte costa 6,7 miliardi ed è regressiva

Il sorpasso. La riforma dell'Irpef ipotizzata dal premier Giuseppe Conte, costo orientativo 6,7 miliardi di euro, è destinata a regalare generosi sconti fiscali ad un'ampia platea di contribuenti. Circa 11 milioni. Ma l'arrivo di un'aliquota al 20% al posto di quelle del 23 e del 27% ora previste potrebbe comportare non solo un risparmio tra i 300 e i 1.360 euro per le fasce di reddito fino a 28.000 euro ma anche qualche effetto piuttosto bizzarro. Se non addirittura paradossale rievocando, appunto, il capolavoro cinematografico di Dino Risi nel quale, con fare beffardo, Vittorio Gassman sbeffeggiava sull'Aurelia gli altri automobilisti sfrecciandogli accanto e poi superandoli.

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CONTROINDICAZIONI
Il problema nasce dal fatto che cancellare due aliquote e fissare la prima aliquota dello schema Irpef al 20% sui redditi da 15 a 28 mila euro, senza ulteriori aggiustamenti, creerebbe una voragine nel sistema. La seconda aliquota, quella che interessa i contribuenti da 28 a 55 mila euro diventerebbe quella del 38% inquinando profondamente il meccanismo progressivo che caratterizza il prelievo. Come peraltro prevede la Costituzione. Da qui la metafora del sorpasso. Così, ad esempio, con l'eventuale futura riforma del governo, ad un contribuente che dichiara 28 mila euro, al netto delle tasse, resterebbe in tasca un reddito di 23.275 euro. Vale a dire quasi mille euro in più di un contribuente che oggi dichiara 30 mila euro e che domani, fermo sulla sua attuale aliquota, si ritroverebbe tra le mani un reddito di appena 22.280 euro. Come a dire: conviene dichiarare meno ricchezza per evitare di venir puniti dal fisco.

Effetti paradossali, come detto. Ma che danno l'idea di una riforma che, eventualmente, dovrebbe quantomeno ridisegnare la composizione delle fasce di reddito spostando i contribuenti dalle loro griglie e rimescolandoli. In assenza di ulteriori dettagli su questo punto cruciale, è un fatto che la riforma regalerebbe sconti importanti e crescenti sulle fasce di reddito basso tra i 10.000 e i 28.000 euro. In particolare il lavoratore dipendente che guadagna 10.000 euro paga ora 587 euro di Irpef, grazie alla riduzione prevista dalla no tax area: con un'aliquota in discesa dal 23 al 20% l'importo scenderebbe a 287 euro e il risparmio sarebbe di 300 euro, dimezzando l'importo iniziale.

Ora si applica un'aliquota del 25% fino a 15.000 euro: a questo livello l'Irpef da pagare è pari a 2.153. L'eventuale riduzione di aliquota porterebbe uno sconto di 450 euro, facendo scendere l'imposta a 1.703 euro. Il beneficio diventa più consistente quando si passa alla fascia di reddito ora tassata al 27%. Diventa di 800 euro per il lavoratore che guadagna 20.000 euro, di 1.150 euro a quota 25.000 euro, a 1.360 euro per chi dichiara 28.000 euro. Sopra questa soglia, se le aliquote non fossero toccate, rimarrebbe fermo anche la riduzione d'imposta di 1.360 euro. E' evidente che questi calcoli potrebbero cambiare se il governo decidesse di rimodulare la composizione della classi di reddito.

Colpisce il fatto che, senza correttivi, tra la futura prima aliquota (al 20%) e la seconda (al 38%) ci sarebbe uno scarto di ben 18 punti che non si giustifica con le ricchezze dichiarate dai contribuenti. Già attualmente colpisce il fatto che al terzo scaglione del 38%, che va da 28 mila a 55 mila euro, è superiore di ben 11 punti percentuali a quella dello scaglione precedente fissato al 27%. Considerando anche le addizionali comunali e regionali, in pratica i redditi superiori a 28 mila euro sono sottoposti a un'aliquota marginale che supera il 40%, davvero molto alta. Al terzo scaglione è associata una base imponibile complessiva di ben 290 miliardi, che rappresenta circa il 33% di quella totale dell'Irpef.

Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre, 14:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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