FONDI

Ikea: «Crisi non così grave». E restituisce i soldi degli ammortizzatori sociali a 9 Paesi Ue

Mercoledì 17 Giugno 2020
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Ikea: «Crisi non così grave». E restituisce i soldi degli ammortizzatori sociali a 9 Paesi Ue

Alla fine le conseguenze economiche della pandemia da coronavirus sono state meno gravi del previsto: così, dopo il lockdown, i negozi sono tornati velocemente a riempirsi di clienti. Per questo motivo Ikea ha deciso di restituire a nove governi nazionali i fondi ricevuti come ammortizzatori sociali, in particolare misure di sostegno al reddito dei lavoratori. Le trattative per questa inedita operazione sono state avviate con i governi di Belgio, Croazia, Repubblica Ceca, Irlanda, Portogallo, Romania, Serbia, Spagna e Stati Uniti, ha spiegato Tolga Oncu, retail operations manager di Ingka Group, la holding a cui fa capo, tra le altre divisioni, Ikea Retail. Secondo il manager, Ikea aveva previsto una contrazione del business del 70%-80% all’inizio della crisi da Covid-19. E invece, ora che quasi tutti i negozi – tranne 23 – hanno riaperto, la catena di arredamenti più grande al mondo sta sperimentando gli effetti di una notevole «domanda di ritorno» per il rinnovo di case e appartamenti.

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Il lockdown, oltre a deprimere gli acquisti, ha infatti anche messo in luce i punti deboli delle abitazioni, spingendo i consumatori a riversarsi nei negozi subito dopo la riapertura. «Ora che ne sappiamo di più rispetto a febbraio o marzo, abbiamo deciso che la cosa giusta fosse dire grazie ragazzi, ci avete aiutato in questo periodo difficile e ora vi rendiamo la cortesia”», ha dichiarato Oncu al Financial Times. Concetto ribadito su LinkedIn da Olivia Ross-Wilson, direttore della comunicazione di Ingka Group, che ha scritto: «Nei mesi scorsi abbiamo dovuto affrontare varie sfide, cercando di trovare il giusto compromesso tra ciò che è meglio per le persone e la società e ciò che è meglio per il business. Per questo ora siamo molto orgogliosi di aver avviato il processo per restituire ai governi il supporto salariale che abbiamo ricevuto durante i momenti peggiori della pandemia. E anche se non ci sono procedure codificate per farlo, troveremo il modo come sempre».

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A quanto risulta, Ikea è nella fase iniziale delle trattative con le autorità nazionali: date le differenze tra i singoli Paesi sulle misure adottate come ammortizzatori sociali durante la crisi – sostegno al salario, riduzioni di orario – non sono state precisate le modalità, né i costi della procedura di restituzione, né si sa quanti lavoratori sono stati coinvolti nei nove Paesi. All’inizio dell’emergenza sanitaria, ha aggiunto Oncu, la priorità di Ikea è stata proteggere la salute dei dipendenti chiudendo la maggior parte dei suoi 374 negozi nel mondo. «Ma quando la nebbia ha iniziato a diradarsi abbiamo visto che la crisi non è stata così grave come temevamo e che non sarebbe durata tanto a lungo quanto avevamo preventivato». Per questo la decisione di restituire i fondi, che secondo il manager «era la cosa giusta da fare. È importante per noi mantenere buone relazioni con le società e le comunità alle quali siamo vicini».

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La decisione di Ikea apre però il dibattito sul comportamento più opportuno da adottare per le imprese, nel momento in cui i loro business iniziano a mostrare segni di ripresa dopo i lockdown. In altri Paesi alcune società hanno preso decisioni simili: in Gran Bretagna Games Workshop e il magazine Spectator hanno fatto sapere di voler restituire i finanziamenti ricevuti nell’ambito del coronavirus Job Retention Scheme; ma tra le multinazionali non ci sono stati finora molti casi analoghi a quello del colosso svedese dell’arredamento. Che comunque resta sotto la lente delle autorità europee per ragioni fiscali: la gran parte delle società del gruppo fondato in Svezia hanno infatti sede nei Paesi Bassi e la Commissione europea ha recentemente esteso il raggio d’azione dell’inchiesta aperta nel 2017 sul trattamento fiscale disposto dall’erario olandese nei confronti di Ikea.

Ultimo aggiornamento: 15:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA