Pozzi di gas, lo stop in Adriatico: un gran regalo alla Croazia

Il Paese slavo ha cambiato la legge per poter aumentare del 20% l’estrazione in alto mare. Restano congelati dal Pitesai i giacimenti Campo Giulia, Benedetta e le strutture Ada

Pozzi di gas, lo stop in Adriatico: un gran regalo alla Croazia
di Gianni Bessi
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Martedì 5 Aprile 2022, 00:32

Ogni Paese europeo sta cercando soluzioni per fronteggiare la crisi energetica, che sta già mettendo in difficoltà i sistemi produttivi e la vita quotidiana dei cittadini. In questa direzione, una delle azioni valutate dal governo italiano è l’incremento della produzione nazionale di gas, grazie al rinnovo delle autorizzazioni per lo sfruttamento dei giacimenti già esplorati. Intanto la Croazia, con cui condividiamo l’Adriatico e i suoi giacimenti di gas naturale, ha dichiarato che entro il 2024 punta ad aumentare del 20% la produzione di gas. Il ministro croato dell’Economia e dello Sviluppo Sostenibile, Tomislav Coric, ha confermato che è stato avviato lo sfruttamento dei giacimenti grazie ad apposite modifiche alla legge. L’Agenzia croata per gli idrocarburi (AZU) dichiara che nel 2021 i giacimenti croati hanno prodotto 0,78 miliardi di metri cubi di gas, a copertura di circa il 30% del fabbisogno nazionale, che ammonta a circa 2,7 miliardi di metri cubi l’anno. Con i 285 milioni di metri cubi aggiuntivi, la produzione supererà il miliardo di metri cubi, cioè il 40% del fabbisogno. Paiono numeri non eccezionali, ma vanno rapportati alla dimensione di un paese di 4 milioni di abitanti. In Italia invece sul fronte della produzione interna abbiamo solo prodotto il decreto Energia, che prevede un aumento di 2 miliardi l’anno da estrarre in prevalenza nel giacimento Argo Cassiopea, nel canale di Sicilia.

La potenzialità

Una prima considerazione è che siamo molto al di sotto della potenzialità dei nostri giacimenti e non solo se ci limitiamo a considerare quelli dell’Adriatico, soprattutto nella zona a nord di Goro (oltre 40 miliardi di metri cubi stimati). La scelta italiana per sostituire il gas russo oggi punta alla diversificazione degli acquisti, chiedendo quantitativi più elevati ad Algeria, Libia, Egitto, Congo, Mozambico, Qatar e Azerbaijan. Insomma continuiamo con la politica di importazione della quasi totalità del nostro fabbisogno.
E qui c’è un cortocircuito evidente: vogliamo emanciparci dalla dipendenza dalla Russia costruendo dipendenze da altri soggetti la cui affidabilità non è comunque del 100%. L’esempio della piccola Croazia, ma anche di nazioni con risorse molto maggiori quali Norvegia o Danimarca, non ci ha insegnato nulla: se non vogliamo aprire nuovi pozzi, che pare essere il dogma della politica energetica italiana, potremmo però considerare soluzioni alternative, che non mancano: basta toglierci il rigido paraocchi burocratico. Dopotutto siamo in emergenza e, come ha ricordato Mario Draghi, dobbiamo evitare gli errori del passato.
Ad esempio esiste il “Campo Giulia” oltre 15 chilometri al largo da Rivazzurra (Rimini) per il quale esiste già la struttura monotubolare e la perforazione del pozzo è completata. A disposizione ci sono oltre 500 milioni di riserve certe recuperabili, ma è fermo perché essendo dentro le 12 miglia il Pitesai (il Piano per la transizione energetica varato dal governo Draghi) prevede che non si possa collocare un tubo.


Tra l’altro sarebbe un campo che, finito di estrarre i 500 milioni di metri cubi di gas, potrebbe continuare a funzionare grazie al sidetrack, un livello di intervento di routine, cioè la perforazione in una direzione differente. 
Sempre restando ai progetti che utilizzano piattaforme monotubolari, di cui si sente parlare da 10 anni almeno, ci sono “Benedetta”, sempre al largo oltre i 10 chilometri dalla riviera con oltre 1 miliardo di metri cubi stimati di gas, senza poi contare le strutture “Ada”, a 20 km ad Est di Chioggia di cui si stimano oltre 2 miliardi di metri cubi. Non sono progetti coperti da segreto industriale: le informazione sulle piattaforme monotubolari o altre strutture si possono trovare sul sito del Mise, ma basta scambiare due parole con i tecnici ex Agip in pensione per capirne le potenzialità. 
Ma insieme a questi esempi, c’è un altro settore che permetterebbe di ridurre la dipendenza dall’estero: la produzione energetica da rifiuti (Wte) e da biometano. Un report di Utilitalia dimostra che queste soluzioni coprirebbero una minore importazione di gas russo del 5%. 

La produzione

E proprio in virtù degli eventi attuali appare poco logico non rilanciare la produzione nazionale e continuare a percorrere sempre la via più costosa. Il gas italiano avrà in prospettiva sempre un prezzo più competitivo rispetto al Gnl, a parte forse solo quello egiziano perché Eni è una delle società coinvolte nelle operazioni di estrazione e logistica. 
Infine va ricordato che ogni metro cubo di gas che estraiamo è un metro cubo in meno che importiamo. Stessa cosa per ogni kWh che produciamo da fonti rinnovabili, compresi rifiuti Wte e biometano. Il Regno Unito ha deciso che ogni metro cubo di gas prodotto “in house” deve sostituirne uno di importazione. Stessa cosa per i kilowattora generati dalle rinnovabili. La scelta più ragionevole per noi, vista la situazione in cui siamo e saremo, sarebbe seguire questa strada: una deroga che ci permetta di utilizzare il gas a chilometro zero.

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