Fase2, per gli strumenti Ue rischio tempi lunghi: dal Mes al Recovery Fund e agli acquisti Bce, così l’Europa rimane indietro

La sede della Commissione europea a Bruxelles
di Roberta Amoruso
7 Minuti di Lettura
Martedì 5 Maggio 2020, 13:20 - Ultimo aggiornamento: 14:32

Lo strumento più concreto e a portata di mano arriva ancora una volta dagli acquisti Bce per l’Europa. E sarà sempre più cruciale in attesa che arrivano gli altri strumenti degli attrezzi studiati o approvati in Europa. Prima di giugno non arriverà un euro dall’Ue, nemmeno dal Fondi Sure salva-oppupazione o dalle garanzie della Bei. E chissà poi di che tempi si parla per il Recovery Fund o l’eventuale utilizzo delle linee di credito del famoso Mes europeo. Su questo l'Euorpa ha appena preso altro tempo. Tempo che questa crisi non permette.

LEGGGI ANCHE ​​Precompilata 2020 al via, dichiarazioni on line con un miliardo di dati. Dal 14 maggio ok all'invio

Ecco perché i mercati scommettono più sugli Usa che sull’Europa ed è spiegato anche perché è tanto atteso un ampliamento della portata, oltre che un allungamento della scadenza del programma di acquisti PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme) della Bce. In aggiunta, potrebbero venire allentate ulteriormente le limitazioni negli acquisti date dal meccanismo della capital key, già momentaneamente accantonato, spiega Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset di Pictet Asset Management: «una soluzione che rappresenterebbe, di fatto, un surrogato dell’OMT, gli acquisti senza limiti dei Titoli di Stato a 1-3 anni di scadenza di un Paese che ricorre al MES.

Parliamo del vecchio bazooka di Mario Draghi (gli Omt), l’arma finale creata nel 2012 e mai utilizzata: soltanto sventolarla è bastato a tenere l’Europa lontana dal baratro. A che punto siamo? Siamo appena entrati nella fase2 in Italia, a ma anche in po’ tutta l’Europa. Qualora le misure di distanziamento sociale venissero gradualmente rimosse, ipotizziamo che, nel giro di un trimestre ovvero per fine luglio, si potrebbe tornare sopra il 90% circa dell’attività economica pre-COVID (dall’80% attuale), come successo grossomodo in Cina, spiega Delitala. «Per fine anno si prevede un recupero quasi completo dei livelli di inizio anno. In questo quadro, le nostre analisi prevedono una contrazione del PIL globale nel 2020 del -3.3%, seguito poi da un rimbalzo deciso nel 2021 (tenendo conto delle politiche fiscali e monetarie, la cui efficacia determinerà molto del risultato)». Come già evidenziato dalle stime del Fondo Monetario Internazionale, l’Europa dovrebbe risultare la regione più fortemente penalizzata dal contesto attuale.

Per la minore capacità di reazione mostrata rispetto ad esempio agli Usa. Del resto, il Paese nordamericano ha messo in campo una combinazione di stimoli monetari e fiscali. Non sarà un vero e proprio “helicopter money”, ma ci si avvicina molto, moltissimo. La manovra fiscale, pari a oltre il 7% del Pil del Paese, comporterà un aumento dell’indebitamento pubblico, più che compensato dagli acquisti della Fed. Oltre ad aver tagliato i tassi di 150pb, Jerome Powell con il suo programma di acquisti, ha già iniettato liquidità nel sistema per 2.500 miliardi di dollari (quasi altri 2.000 miliardi sono previsti per fine anno). Qualcosa che potrebbe stimiamo avere «effetti equivalenti ad altri 250 punti base di tagli», aggiunge Delitala.

È come se avesse ridotto i tassi del 4% in poche settimane. Una manovra impressionante. In questo modo la Fed comprerà più debito di quanto verrà emesso per finanziare la spesa fiscale. «Di fatto, è stato costituito quell’ammortizzatore che farà sì che il reddito disponibile delle persone scenderà meno rispetto al Pil nazionale (-5.3% atteso per il 2020), come già osservato in occasione della grande crisi finanziaria del 2007-2009», sottolinea ancora l’esperto. E nello stesso tempo la monetizzazione del debito eviterà un rialzo dei tassi di interesse che avrebbe ripercussioni negative sugli investimenti privati (effetto spiazzamento).

Numeri comunque enormi se confrontati con quanto fatto in Europa: spesa fiscale di poco superiore al 3% del Pil e Qe da circa 1.200 miliardi di euro (senza tagli dei tassi, visto che per il blocco a moneta unica questi si trovavano già in territorio negativo allo scoppio della crisi). La reazione di politica economica è stata molto diversa da una parte all’altra dell’Oceano. Se ne sono accorti anche i mercati finanziari che, non a caso, stanno lasciando indietro i listini europei rispetto a quelli statunitensi. «Con questo non vogliamo dire che l’intervento delle istituzioni del Vecchio Continente sia irrisorio», precisa Delitala, anzi «è superiore a quello utilizzato per contenere la crisi nel biennio tra il 2007 e il 2009». Tuttavia, anche per la natura intrinseca dell’ordinamento comunitario, «è stato, almeno per il momento, in gran parte delegato ai singoli Stati, liberati a tal fine dai vincoli del Patto di Stabilità».

Nessuna risposta unitaria (fatta eccezione per la Bce), ma piuttosto manovre nazionali in ordine sparso, ognuna calibrata sullo spazio di manovra fiscale a disposizione di ciascun Paese. Di qui la profonda asimmetria nelle misure adottate: i Paesi con una minore flessibilità di bilancio sono proprio quelli più duramente colpiti dalla pandemia, quelli del Sud Europa. Un bel problema anche per Pictet Asset management. Per questo motivo, «nell’attesa di un dispiegamento di un reale pacchetto di stimoli monetari comunitari, giocherà un ruolo ancora più fondamentale la Banca Centrale Europea, che avrà il compito prioritario di contenere il costo del debito pubblico della regione, allontanando nel tempo le questioni circa la sua sostenibilità». La Bce ha dunque già detto di avere ampia flessibilità nell’interpretare i vincoli di intervento per Paese e per emissione (cosa peraltro già messa in pratica). Un impegno che porterà innanzitutto « un ampliamento della portata e in un allungamento della scadenza del suo programma di acquisti PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme).

In aggiunta, potrebbero venire allentate ulteriormente le limitazioni negli acquisti date dal meccanismo della capital key, già momentaneamente accantonato, una soluzione che rappresenterebbe, di fatto, un surrogato dell’Omt (gli acquisti senza limiti dei Titoli di Stato a 1-3 anni di scadenza di un Paese che ricorre al MES). «Quest’ultimo, rimane lo strumento di ultima istanza, per il quale condizione necessaria (ma probabilmente non sufficiente) sarebbe il ricorso alla nuova linea di credito del MES - la Pandemic Crisis Facility (PCF)» per Delitala. La combinazione del PCF del MES con l’OMT (forse con un monitoraggio fiscale ad hoc) sarà utile in caso di grave crisi specifica di un Paese. Nel frattempo, arriveranno infine le altre misure ‘centralizzate’, alcune a breve, altre nel 2021. Tre di queste, oltre al Mes già discusso, Bei e Sure, sono state già ratificate e verranno implementate a partire già da giugno.

Complessivamente, rappresentano stimoli superiori ai 500 miliardi di euro, ipotizzando che vi facciano ricorso tutti i Paesi membri (anche se, realisticamente, Paesi come la Germania che possono finanziarsi a tassi più convenienti non attingeranno a tali risorse). Di ben altra portata è il cosiddetto Recovery Fund. Facendo leva sul Bilancio Europeo, il Fondo per la Ricostruzione potrebbe arrivare, infatti, a liberare risorse fino a 2.000 miliardi di euro. Ma le tempistiche per la sua implementazione, è bene averlo bene in mente, sono piuttosto lunghe.

In primis, perché manca ancora un accordo di massima sulla forma che dovrà assumere. Il nodo cruciale riguarda la formula con cui verranno erogati i finanziamenti e, in particolare, se almeno in parte verranno concessi come contributi a fondo perduto. Da questo punto di vista, il 6 maggio la Commissione Europea avrebbe dovuto presentare una proposta formale ma ora l'Europa ha chiseto piu' tempo, altre settimane. Mentre l'Olanda ha avanzato la sua proposta con condizioni precise, compresi tempi piu' lunghi. E comunque. anche una volta definito nei suoi dettagli operativi, il processo di approvazione degli strumenti legati al Bilancio Europeo, come il Recovery Fund, coinvolge i leader politici dei singoli Stati, il Parlamento Europeo e i Parlamenti nazionali.

Un processo sicuramente molto democratico, ma altrettanto lungo, al punto che l’attivazione del Fondo rischia di slittare all’inizio del 2021, un ritardo che potrebbe risultare inopportuno se nel frattempo la Fase 2 si sarà dimostrata un esperimento intermittente. È, infatti, prevista la possibilità di finanziamenti “ponte”, spiega l’esperto. Eventuali ritardi nelle misure comunitarie richiederanno una maggiore presenza della Bce che resta il principale “game in town” per assicurare buone condizioni finanziarie nell’Eurozona.

© RIPRODUZIONE RISERVATA