Embargo al petrolio russo e price cap a 60 dollari al barile, cosa cambia per l'Italia? Gli scenari

L'embargo in teoria potrebbe far salire i prezzi ma oggi, dopo un avvio in crescita, le quotazioni sono tornate leggermente indietro

La raffineria di proprietà di Lukoil di Priolo in Sicilia
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Lunedì 5 Dicembre 2022, 19:43 - Ultimo aggiornamento: 21:06

Scattano da oggi embargo al petrolio russo e price cap a 60 dollari al barile. E, fra l'incertezza sull'impatto che le nuove misure avranno, l'Opec+ - l'organizzazione dei Paesi esportatori di greggio - prende tempo e mantiene invariati gli attuali livelli di produzione, lasciandosi però la porta aperta a un intervento in qualsiasi momento a seconda delle condizioni del mercato. L'embargo in teoria potrebbe far salire i prezzi ma oggi, dopo un avvio in crescita, le quotazioni sono tornate leggermente indietro.

Ancora da vedere quale potrà essere l'impatto sull'Italia e in particolare sull'attività della raffineria della russa Lukoil di Priolo in Sicilia che rischiava lo stop a causa dell'entrata in vigore delle sanzioni. Il governo ha deciso di metterla in amministrazione controllata al massimo per due anni, una soluzione che consentirà di garantire la produzione e quindi il posto di lavoro dei suoi 10mila dipendenti. Con la richiesta di amministrazione temporanea arriverà anche la nomina di un commissario che potrà essere incaricato per 12 mesi, prorogabili per altri 12. Durante l'amministrazione fiduciaria il ciclo produttivo dovrebbe essere assestato per raffinare altri tipi di greggio. Priolo, infatti, è stato concepito per raffinare essenzialmente il petrolio russo. 

Intanto in una breve riunione virtuale i 13 paesi dell'Opec e il blocco guidato dalla Russia hanno optato per mantenere lo status quo di fronte all'imprevedibilità della domanda fra le restrizioni a Mosca, i lockdown da Covid in Cina e il rallentamento dell'economia globale. Una mossa attesa dagli analisti, secondo i quali l'atteggiamento attendista dell'Opec+ ha senso in attesa di capire l'impatto pieno delle nuove misure contro la Russia.

 

«Di fronte ai grandi rischi geopolitici che pesano sul mercato del petrolio, l'Opec+ ha comprensibilmente ritenuto di tenere duro» e mantenere i livelli di produzione decisi in ottobre, spiegano alcuni analisti notando come sul mercato pesa anche l'incognita Cina, il maggiore importatore di petrolio al mondo. I lockdown da Covid hanno rallentato e possono continuare a frenare l'economia cinese, rendendola di fatto meno affamata di greggio.

L'impatto reale dell'embargo europeo e del price cap (fissato comunque a un livello superiore dei 50 dollari a cui è scambiato il greggio degli Urali) non è ancora chiaro, ma Mosca ha ribadito chiaramente anche al termine dell'Opec+ che non intende vendere il suo oro nero a nessuno di coloro che adotta il tetto ai prezzi. «Venderemo petrolio e prodotti petroliferi ai Paesi che lavorano con noi sulla base delle condizioni di mercato anche se questo volesse dire che dobbiamo ridurre un pò la produzione», ha detto il vice primo ministro russo Alexander Novak.

I trader prevedono un calo delle esportazioni petrolifere russe nei prossimi mesi e l'entità del calo determinerà probabilmente l'andamento del prezzo del petrolio nel 2023. «Non sappiamo se il price cap eviterà distruzioni sul mercato o se Mosca ha qualcosa di ancora più distruttivo in cantiere», mette in evidenza Helima Croft, ex analista della Cia ora a Rbc Capital Markets, con il Financial Times. Il timore è quello di un calo delle quotazioni in grado di convincere l'Arabia Saudita a intervenire per difendere i prezzi, infliggendo così un duro colpo alla speranza di un'inflazione più contenuta in molte economie il prossimo anno.

Per quanto riguarda la raffineria di Priolo il governo ha assicurato che non chiuderà. «Possiamo dire di aver ben chiuso il caso Lukoil - ha garantito il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso -. I cancelli resteranno aperti, l'Isab continuerà a produrre. Diecimila e più famiglie sanno che potranno avere i salari e quindi potranno continuare a sperare nel lavoro e nella capacità che ha questa Regione di reagire. Non era così scontato. Quando siamo arrivati al Governo non era stato fatto nulla. In poche settimane abbiamo raggiunto un obiettivo difficile. Ci siamo riusciti grazie alla piena collaborazione tra il Governatore, la Regione Sicilia ed il Governo di Roma», ha aggiunto Urso.

Listini europei deboli, focus su banche centrali

Per risolvere il problema dell'Isab potrebbe scendere in campo anche l'Eni. Intanto le mosse del governo impediranno anche l'arrivo delle temute sanzioni statunitensi alle banche che garantiranno le operazioni ponte di questa fase. L'amministrazione americana ha dato rassicurazioni scritte al governo. «Con il nostro decreto legge il governo si assume la responsabilità di realizzare una amministrazione straordinaria temporanea avvalendosi anche di una società petrolifera che opera nel settore, che potrebbe essere l'Eni, e questo darà garanzia di continuità produttiva», ha detto sempre Urso. Il quale ha anche fatto sapere di aver ricevuto dall'autorità americana Olac (Office of Foreign Assets Control's) una 'comfort letter' con la garanzia che le banche che finanzieranno le operazioni ponte per Isab non saranno sottoponibili a sanzioni americane.

La soluzione dell'amministrazione fiduciaria sotto l'egida dello Stato arriva sulla scia di quanto fatto dalla Germania lo scorso settembre per salvare la raffineria di Schwedt nell'Est del Paese e le altre filiali tedesche del colosso russo Rosfnet. Il governo federale ha così assunto il controllo delle attività del gruppo petrolifero. 

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