La svolta possibile/ La crescita è una chimera senza spinta all’industria

Giovedì 11 Ottobre 2018 di Oscar Giannino
Investite, investite, investite. Questo l’invito che il presidente del Consiglio Conte ha ieri rivolto a tutti i vertici delle società pubbliche convocati a Palazzo Chigi. Eni, Enel, Cdp, Fincantieri, Leonardo, Snam, Italgas, Leonardo, Poste, Ferrovie, Saipem e Open Fiber rappresentano una rilevante massa critica di risorse potenziali, tuttavia è difficile pensare che a questo punto la differenza di spinta che purtroppo manca possa arrivare in zona Cesarini.
Il punto è un altro. Con ogni probabilità è tardi per invertire il segno della manovra di bilancio disegnata dal tormentato Nadef, che Salvini e Di Maio si ostinano a difendere a fronte alle bocciature incassate. Il nodo dirimente non è nemmeno il 2,4% di deficit pubblico previsto per il 2019. La questione vera è che la rivoluzione attesa sarebbe stata tale se il maggior deficit fosse stato giustificato da un mix di misure choc, in cui proprio gli investimenti addizionali pubblici avessero assunto la parte del leone. 

Mercati ed Europa avrebbero capito e giustificato molto meglio un discostamento dalla regola del progressivo calo del deficit strutturale motivato da misure realmente e realisticamente in grado di accrescere in maniera significativa il prodotto potenziale, accompagnate da interventi “sociali” contro la povertà e da politiche attive del lavoro. 
Al contrario, l’annunciata rivoluzione si è tradotta in un impianto che conferma la stessa strada di sempre: un monte di miliardi di spesa aggiuntiva corrente – perché di questo si tratta tra reddito di cittadinanza e prepensionamenti, il “cuore” della manovra. E solo uno 0,2-0,3% di Pil in investimenti pubblici aggiuntivi nel 2019. Non sono certo 5 miliardi di euro di investimenti in più, a poter render credibile che il Pil tendenziale italiano 2019, sceso allo 0,9% nelle stime, risalga verso la quota programmatica del +1,5% indicata dal governo.

È in assenza di una svolta radicale sugli investimenti, che il mercato reagisce male al fatto che il deficit strutturale resti inalterato per tre anni senza scendere, e che la componente finanziata in deficit delle manovre negli anni cresca addirittura, da 21,7 miliardi nel 2019 a 27,1 nel 2020, per poi scendere comunque ai 25,4 miliardi del 2021, visto che resteranno da disinnescare aumenti Iva automatici previsti per 13,6 miliardi nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. Di qui nascono le bocciature del Fondo Monetario, Banca d’Italia, Corte dei Conti, Ufficio Parlamentare del Bilancio. Con un contributo di investimenti pubblici così scarso, la crescita al 2,3% degli investimenti sul Pil nel 2019 non è credibile, e le prospettive di crescita indicate dal governo sono lontane. Ed è questa la falla peggiore da cui imbarca acqua la manovra, perché appena la legge di bilancio verrà consegnata in Parlamento le agenzie di rating inizieranno a dare i loro giudizi, e non dobbiamo dimenticare che a due scalini dalla valutazione “investimento non di mercato” il danno dai titoli pubblici va subito a incorporarsi per un’elevata componente sul giudizio relativo alle obbligazioni delle banche e delle imprese. 

Sarebbe stato salutare pensarci prima, sin dall’inizio dell’impostazione della manovra. Invece di restare ancorati alle misure indicate nelle promesse elettorali, a prescindere dal rallentamento in corso della crescita internazionale ed europea, e dal riorientamento complessivo dei flussi di capitale verso l’area del dollaro, che fanno restare più esposti i Paesi afflitti da squilibri strutturali e troppo debito. Se nei prossimi giorni un po’ di miliardi oggi attribuiti a reddito di cittadinanza e prepensionamenti venissero riorientati a investimenti pubblici, di certo Salvini e Di Maio acquisterebbero maggiore e non minore credibilità.

Ma non ci crediamo troppo. Se non avverrà questo, almeno il governo faccia il possibile per evitare errori. Attualmente in Italia molti investimenti privati si sono da maggio rifermati, in attesa di capire bene che cosa la legge di bilancio riservi loro. La ripresa energica degli investimenti era venuta grazie al fatto che tra super ammortamento e iperammortamento, rifinanziamento legge Sabatini, potenziamento delle agevolazioni a stanziamento per ricerca e sviluppo, lo Stato aveva assunto nelle ultime leggi di bilancio un atteggiamento più incoraggiante e premiale.
La decisione giusta sarebbe stata quella di trasformare il più di quegli incentivi da misure a tempo da rifinanziare anno per anno – un errore clamoroso poiché le imprese hanno bisogno di cicli di investimento fiscalmente certi in termini pluriennali di fronte a sé – in agevolazioni strutturali e permanenti.

Visto che, per esempio, la rivoluzione di Industria 4.0 non è cosa che si faccia in sei mesi e non riguarda affatto solo la manifattura. Dalle anticipazioni non solo non è così, ma molti di quegli incentivi sono dubbi o si perdono per strada: come quelli per gli investimenti al Sud, quelli per sostenere e potenziare gli investimenti in formazione da parte delle imprese, o la Sabatini. E anche per quelli di Industria 4.0, le indiscrezioni hanno indicato un restringimento della platea di potenziali beneficiari, invece di una estensione. Almeno su questo, il governo ha ancora tempo per rimediare. Le risorse a copertura non sono ingentissime, ma il cosiddetto moltiplicatore sulla crescita di questi interventi è sicuramente più certo ed elevato di mance e sussidi. © RIPRODUZIONE RISERVATA