Covid, ogni mese di blocco costa al Sud 10 miliardi: si allarga il divario con il Nord

Covid, ogni mese di blocco costa al Sud 10 miliardi: si allarga il divario con il Nord
di Andrea Bassi
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Mercoledì 25 Novembre 2020, 00:06 - Ultimo aggiornamento: 13:46

Se il Nord perde più prodotto interno lordo, è il Mezzogiorno a pagare il prezzo più elevato in termini di occupazione. Ogni mese di chiusura è costato quasi 48 miliardi di euro, il 3,1% del Pil italiano. Di questi oltre 37 li ha “paga” il Centro-Nord (3,2% del Pil) e quasi 10 pesano sul Mezzogiorno (2,8% del Pil). Ma il Sud ha pagato un conto carissimo soprattutto sul fronte occupazionale.

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I NUMERI

Nei primi tre trimestri di quest’anno, la diminuzione dei posti di lavoro è stata del 4,5%. Significa che sono 280 mila i meridionali che sono andati ad ingrossare le fila dei disoccupati (-8% l’occupazione giovanile), senza contare quell’area “grigia”, esclusa dalle tutele: i lavoratori irregolari, quelli completamente in nero, i precari. Una platea di quasi 2 milioni di persone, solo alcune delle quali probabilmente hanno avuto accesso al Reddito di cittadinanza. Insomma, quello disegnato dalla Svimez nel suo rapporto annuale, presentato ieri dal presidente Adriano Giannola e illustrato dal direttore generale Luca Bianchi, è un Paese in cui i divari non solo non sono diminuiti, ma anzi rischiano di accrescersi nel prossimo futuro. Se da un lato è vero che la caduta del Pil meridionale sarà leggermente più contenuta di quella del prodotto interno settentrionale (9% contro il 9,8%), è altrettanto vero che il prossimo anno il “rimbalzo” beneficerà soprattutto le regioni del Nord. Per il 2021 la Svimez prevede che il Pil cresca al Sud dell’1,2% e nel 2022 dell’1,4%, mentre al Centro-Nord del 4,5% nel 2021 e del 5,3% l’anno successivo.

Previsioni però più ottimistiche se si considerano gli effetti della Legge di Bilancio, che si vedranno soprattutto nel 2022. Grazie soprattutto alla decontribuzione al 30% sul lavoro, il Pil aumenterebbe nel 2022 del 2,5%, circa un punto in più di quanto previsto senza tenere conto della manovra. Ma resta il dato che la ripresa sarà segnata dal riaprirsi di un forte differenziale tra le due macro aree. Come si diceva, inoltre, ad incidere c’è anche la zona “grigia” del sommerso che ha riflessi su una caduta molto ampia del reddito disponibile delle famiglie (-6,3%) che si trasmette ai consumi privati con una contrazione che dovrebbe avvicinarsi ai dieci punti percentuali (-9,9%, in peggioramento di quasi un punto rispetto a luglio).

LA FOTOGRAFIA

I divari, si diceva, restano e si allargano. Basta sfogliare le pagine del lungo rapporto della Svimez. Ci sono dati sulla spesa sanitaria corrente pro capite, che portano a definire il Mezzogiorno «una zona rossa già prima della pandemia». Senza considerare le statistiche sui divari scolastici. La percentuale di tempo pieno nella scuola primaria è al Sud del 16%, al Centro-Nord del 46,1% con una media italiana del 35,4%. E la chiusura delle scuole in atto, rischia di accrescere ulteriormente i divari nell’educazione. Al Sud i ragazzi tra 6 e 17 anni che vivono in famiglie in cui non sono disponibili dispositivi informatici sono il 19% contro il 12,2% medio italiano e la percentuale sale al 34% se in famiglia nessuno dei genitori è andato oltre la scuola dell’obbligo. «A noi», ha detto il presidente della Svimez Giannola, «serve far correre Napoli insieme a Milano, e non sacrificare una a beneficio dell’altra». Peppe Provenzano, ministro per il Sud, che dalla Svimez proviene, ha promesso che tra fondi strutturali e Recovery fund, per il Mezzogiorno ci saranno «140 miliardi complessivi nei prossimi 7 anni». Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che pure ha partecipato alla presentazione del rapporto, ha annunciato che tra i progetti del Recovery ci sarà «un polo Agritech per lo sviluppo di tecnologie nel settore agroalimentare» a Napoli. E ha aggiunto che i fondi europei saranno usati anche per garantire il tempo pieno a scuola su tutto il territorio nazionale». Resta la considerazione, fatta dalla Svimez, che la pandemia «non è stata una livella». Anzi, i divari per adesso li ha accresciuti. 

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