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Covid, la sofferenza economica del Centro Italia: 17mila aziende a rischio

Covid, la sofferenza economica del Centro Italia: 17mila aziende a rischio
di Giusy Franzese
4 Minuti di Lettura
Sabato 15 Maggio 2021, 08:00

 La «nuova questione del Centro» diventa sempre più allarmante. La Svimez, che aveva già allertato sul rischio, ieri lo ha ribadito carte in mano. Ovvero l'indagine condotta insieme con il Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne-Unioncamere su un campione di quattromila imprese manifatturiere e dei servizi tra 5 e 499 addetti. Ebbene, i risultati sono sconfortanti: la pandemia ha praticamente atterrato le speranze di sopravvivenza di moltissime aziende. Rischiano di chiudere definitivamente ben 73.000 imprese della classe dimensionale inferiore ai 500 addetti. Ovvero il 15% del totale.



Le fragilità - Il conto più salato è sulle spalle di Mezzogiorno e Centro. Secondo le stime degli economisti Svimez e dell'Istituto Tagliarcane, sono a rischio certificato di morte 20.000 imprese al Sud e 17.500 al Centro.
È proprio qui infatti che le fragilità esistenti abbinate all'esplosione del Covid e alla caduta delle vendite, sono diventate zavorre così pesanti da far affondare l'intera nave. Fragilità strutturali che il rapporto individua nell' assenza di innovazione (di prodotto, processo, organizzativa, marketing), nella carenza di digitalizzazione e di export. Fattori che hanno impedito a molte imprese di «resistere alla selezione operata dal Covid».
Questi deficit a fronte di una crisi così forte come quella causata sul sistema economico dalla pandemia, hanno aumentato a dismisura l'incidenza delle imprese fragili sull'intero tessuto industriale italiano che ormai hanno raggiunto il 48%. Con punte del 55% nel Sud (che sfiora addirittura il 60% nel settore dei servizi) e di quasi il 50% nel Centro. «Dall'indagine emerge, oltre a una differenziazione marcata tra Nord Est e Nord Ovest, anche la fragilità di un Centro che si schiaccia sempre più sui valori delle regioni del Sud» osserva il direttore Svimez, Luca Bianchi.
A livello settoriale il maggior rischio di espulsione dal mercato riguarda le imprese dei servizi: 17% contro il 9% delle imprese manifatturiere. In questo caso non è che ci siano enormi differenze tra le varie macro-aree del Paese: dovunque hanno sofferto tantissimo, e nel 2021 recupereranno poco, visto che si prevede un calo di fatturato annuo dappertutto intorno al 30%.



Lo scivolamento - È, invece, nel settore manifatturiero che «lo scivolamento del Centro verso Sud», secondo il rapporto, è più evidente. In entrambe le macro-aree un quarto delle imprese manifatturiere (25% nel Centro e 27% nel Sud) è alle prese con performance particolarmente negative. Tali da mettere a rischio la sopravvivenza, come detto. Nel resto del Paese invece i danni ci sono comunque stati ma a livelli più bassi (19% Nord Est e 21% Nord Ovest).
Per questo motivo, secondo il direttore Svimez, «dopo la prima fase di ristori per tutti, serve una nuova fase di interventi di salvaguardia specifica dei settori in maggiore difficoltà, accompagnabili con specifiche iniziative per aumentare la digitalizzazione, l'innovazione e la capacità esportativa delle imprese del Centro-Sud». La pensa così anche Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del centro studi Tagliacarne, che invoca «un patto per un nuovo sviluppo che tenga conto della gravità della situazione e del preoccupante aumento dei divari nel nostro Paese».



L'erosione - Il report diffuso ieri conferma quanto già evidenziato recentemente dalla Svimez nello studio significativamente intitolato La frammentazione del Centro: tra terza Italia e secondo Mezzogiorno. Nelle regioni centrali del Paese negli ultimi venti anni si è assistito ad un'erosione diffusa e consistente dei principali indicatori economici. Prendiamo il Pil procapite: fatta 100 la media europea, nel 2000 quello del cittadino del Lazio valeva 157; oggi siamo al 110. La Toscana è passata da 137 a 103, i cittadini delle Marche erano al 124 ora sono a 90, dieci punti sotto la media. Molto più poveri anche i cittadini abruzzesi e umbri passati da 113 e 127 a 81 e 85. Se dal Pil procapite si passa a quello generale la situazione in alcune regioni appare ancora più da allarme rosso: dal 2008 ad oggi l'Umbria ha perso un quarto di Pil, le Marche circa il 18 per cento, l'Abruzzo il 15. L'impatto è stato più che evidente anche sulla demografia: con meno soldi in giro e soprattutto minori prospettive, le giovani coppie hanno paura a mettere al mondo figli. E tanti vanno via. Il risultato è stato anche in questo caso disastroso: negli ultimi sei anni (dal 2014 al 2020) ad esempio la popolazione del Lazio è scesa di 114.000 unità e quella della Toscana di 57.000.

 

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