Gas, con le sette centrali a carbone in Italia si copre solo il 15% del fabbisogno

A Brindisi c’è la maggiore capacità produttiva, segue l’impianto di Civitavecchia

Gas, con le sette centrali a carbone in Italia si copre solo il 15% del fabbisogno
di Giusy Franzese
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Domenica 27 Febbraio 2022, 00:10 - Ultimo aggiornamento: 17:57

Il risultato della ricognizione avviato dal Comitato di Emergenza gas riunito l’altro giorno dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, sarà disponibile domani o al massimo martedì. Sarà una mappa completa per stabilire la capacità produttiva massima e i tempi per raggiungerla, in caso fosse necessario spingere l’acceleratore sugli impianti. I dati riguarderanno anche l’energia proveniente dalle centrali a carbone per stabilire il loro contributo in percentuale al fabbisogno energetico nazionale. Perché ormai è certo, se la guerra in Ucraina continua, il processo di decarbonizzazione dovrà essere momentaneamente accantonato in modo da poter compensare in parte l’interruzione delle forniture di gas dalla Russia. Un problema che riguarda l’intera Europa, tant’è che per domani è stato convocato a Bruxelles un Consiglio Ue dell’Energia straordinario (per l’Italia parteciperà Cingolani).


Il puzzle

Far marciare a pieno regime le centrali a carbone in Italia è una delle tessere del puzzle che il governo sta cercando di comporre per evitare che nei prossimi mesi l’Italia si possa ritrovare a corto di energia. L’Italia, come noto, è fortemente dipendente dal gas russo, su 70 miliardi di metri cubi consumati all’anno, il gas di Putin contribuisce per circa 30 miliardi di metri cubi (il 45% del fabbisogno di totale di gas). É una quota enorme difficile da compensare, quasi impossibile. A breve non è che ci siano tante alternative. In sostanza in questo momento, salvo nuove misure a livello europeo, sono solo tre le strade, oltre al carbone: attingere allo stoccaggio nazionale, aumentare l’import di gas dagli altri Paesi, far arrivare più navi con Gnl dagli Usa. 

Le centrali a carbone

In realtà anche portando al massimo la capacità produttiva delle centrali a carbone, compresa la riattivazione di quelle spente, si risolve poco. Mettendo nel conto anche la centrale di La Spezia spenta a dicembre 2021, ne abbiamo sette in Italia. A Brindisi c’è la maggiore capacità produttiva installata: 2.450 megawatt su 4 unità, di cui una però spenta a dicembre 2020. Segue quella di Civitavecchia: tre unità per un totale massimo di 1845 Mw. Le altre sono tutte più piccole. A Fusina ci sono 4 unità (di cui 2 spente), per una capacità massima di 875 Mw. Nel Sulcis le unità sono due per 480 Mw. A Sassari (Fiumesanto) se si spinge al massimo si arriva a 534 Mw e a Monfalcone a 315. Il totale quindi non arriva a 7.000 Mw (6.949 per la precisione). Poco in confronto al nostro fabbisogno energetico, basti pensare che in un giorno feriale in Italia si assorbono 45/50.000 Mw. Sotto i 25.000 Mw non scendiamo mai, in nessun momento dell’anno e in nessun orario. Il contributo delle centrali al carbone ai consumi di energia quindi sarebbe tra il 15 e il 30%. Se volessimo invece fare l’equivalenza con i famosi 30 miliardi di metri cubi di gas importanti dalla Russia, ne copriremmo meno di un terzo. E l’approvvigionamento di carbone? Non sembra un problema, si trova anche a buon prezzo. Comunque lo dovremmo portare sempre dall’estero. E ovviamente inquina.

Riserve alla fine

Se l’emergenza dovesse durare poco, potremmo attingere allo stoccaggio, ma lo stesso Cingolani in Parlamento ha detto che - nonostante l’Italia sia stata più virtuosa di altri Paesi, con 18 miliardi di riserva a dicembre scorso - a fine aprile saremo «prossimi allo zero». Senza nuove iniezioni, ovviamente. L’altra tessere del puzzle del “piano di emergenza nazionale” è pompare al massimo il gas dagli altri Paesi, facendo lavorare a pieno carico i gasdotti Tap dall’Azerbaijan, Transmed da Algeria e Tunisia e Greenstream dalla Libia. Attualmente le forniture di gas dall’Algeria rappresentano il 19% del nostro fabbisogno, quelle dalla Libia il 6,2%, dalla Norvegia arriva il 9,8% del nostro gas, stessa quota dal Quatar, dagli Stati Uniti importiamo il 2,4% del fabbisogno. Di quanto si può aumentare? Secondo alcune stime davvero di poco. Libia e Algeria, ad esempio, nota l’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) in un report sulla vulnerabilità energetica europea, «non sembrano attualmente in grado di aumentare le forniture».
Restano gli americani e le loro navi cariche di Gnl (gas liquefatto): ma anche qui, al di là di tutto, c’è un limite strutturale dato dalla capacità dei nostri impianti che devono riportare il Gnl alla forma gassosa in modo da poterlo utilizzare in modo tradizionale. L‘Italia ne ha soltanto tre: Panigaglia, Rovigo e Livorno. In definitiva dice Nicola Armaroli, direttore di ricerca del Cnr e membro dell’Accademia nazionale italiana di Scienze, «a breve compensare totalmente un eventuale stop delle forniture di gas dalla Russia è impossibile. La lezione è una: dobbiamo spingere sulle rinnovabili. Ci vorrà tempo, ma più tardi lo facciamo peggio sarà».

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