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Borse, l'economista Pagani: «La scossa va in profondità, ma non è la crisi dell’euro»

«È diverso da 10 anni fa, oggi è passata l’idea del debito comune»

Borse, l'economista Pagani: «La scossa va in profondità, ma non è la crisi dell euro»
di Luca Cifoni
5 Minuti di Lettura
Sabato 11 Giugno 2022, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 11:40

Nonostante le apparenti incertezze di queste ore, la Bce definirà il nuovo strumento per contenere gli spread sui titoli di Stato. D’altra parte l’Europa ha fatto molta strada rispetto ai primi anni del decennio scorso e quello scenario di tempesta sull’euro non è destinato a riproporsi. Fabrizio Pagani è capo economista del fondo Muzinich, dopo una lunga carriera nelle istituzioni (che lo ha visto anche all’Ocse e ai vertici del Mef). Non sottovaluta quanto sta accadendo sui mercati, ma vede all’orizzonte anche qualche spiraglio di sereno.

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Pagani, nelle Borse e soprattutto a Piazza Affari si è scatenata una pioggia di vendite.
«A causarla è stata la concomitanza di fattori diversi, la reazione alle decisioni della Bce e il risultato dell’inflazione americana, ben più alta delle aspettative. Io credo però che dobbiamo continuare a guardare al quadro di fondo».


Un quadro in cui la corsa dei prezzi non pare destinata a fermarsi.
«Sì, ma non dobbiamo dimenticare che abbiamo a che fare con due tipi di inflazione diversa, negli Stati Uniti e in Europa. Nel Vecchio Continente è un’inflazione che dipende dai costi delle materie prime, in particolare quelle energetiche. E dipende anche dalla difficoltà di rimettere in funzione, dopo le inevitabili interruzioni legate alla pandemia, meccanismi e processi che funzionavano e che non è facile far ripartire. Un fenomeno che vediamo anche nel settore dei servizi, da ultimo nel trasporto aereo che fa fatica a trovare personale e pezzi di ricambio».


Però Christine Lagarde ha citato gli aumenti superiori al 2% che coinvolgono il 75% di beni e servizi. Vuole dire che l’inflazione si sta propagando al resto dell’economia?
«In certa misura sì, ma per ora non sta toccando le retribuzioni e questa è la cosa importante. Di nuovo, c’è una forte differenza con gli Stati Uniti. Lì, con un mercato del lavoro molto meno rigido, le imprese hanno avuto la possibilità di ricorrere ampiamente ai licenziamenti quando il Covid infuriava di più. Ora le stesse imprese in una fase di ripresa devono tornare a cercare i lavoratori i quali dispongono quindi di un potere contrattuale molto maggiore. In Europa invece gli ammortizzatori sociali hanno preservato in larga misura l’occupazione e quindi questo effetto non c’è stato».


In ogni caso per contrastare l’inflazione la Bce alla fine ha deciso di muoversi rialzando i tassi. Una scelta attesa, che però è apparsa forse più decisa di quanto preventivato.
«In qualche modo ha sorpreso la progressione indicata per i rialzi, dopo la mossa iniziale di luglio che era scontata. È stato recepito il messaggio che a fine anno i tassi saranno ampiamente positivi».


In più non è passata inosservata la cautela, se non vogliamo dire vaghezza, sullo strumento che dovrà eventualmente affrontare la frammentazione degli spread. Troppa indecisione nelle parole della presidente?
«Lagarde non ha dato elementi in più e forse un po’ tutti se li aspettavano. D’altra parte il tema della frammentazione era nell’aria da qualche settimana, dopo che per molto tempo quasi non se ne era parlato più. Ma tutto fa pensare che alla fine il nuovo strumento verrà introdotto. Credo che anche questo modo di esprimersi faccia parte della tradizione della Bce, che ha bisogno di far maturare le novità, di attendere che emerga il necessario consenso. Ma quando se ne inizia a parlare, poi le cose si fanno. Però è importante sottolineare che si tratterà di uno strumento per mitigare gli spread, piuttosto che per ridurli drasticamente. E per metterlo a punto non ci sarà bisogno di importanti espansioni di bilancio».


Ma intanto la reazione c’è stata è l’Italia resta probabilmente il Paese più esposto. C’è di che preoccuparsi?
«Capisco che possano venire in mente gli spettri del decennio scorso, ma la verità è che lo scenario attuale è molto diverso. Intanto oggi in una situazione di forte inflazione i tassi reali restano comunque negativi. Poi, in particolare per quanto riguarda l’Italia, la durata media del debito si è allungata ed è sopra sette anni. Ma soprattutto c’è stata una maturazione a livello europeo, con il Next Generation Eu è di fatto passata l’idea di un debito comune. Da questo punto di vista il bicchiere mi sembra più che mezzo pieno».


Per i governi, a cominciare da quello italiano, resta il problema di come gestire una situazione di prezzi energetici elevati che è destinata a durare a lungo.
«Concordo sul fatto che questo stato di cose non finirà presto. E del resto nessuno di noi è in grado di fare previsioni su quanto durerà l’emergenza legata alla guerra. Quello che si può fare a livello europeo è accelerare al massimo l’indipendenza energetica dalla Russia. Quindi ricercare fornitori alternativi di gas e provvedere alle strutture necessarie per riceverlo, ampliare il ricorso alle fonti rinnovabili semplificando al massimo i processi autorizzativi e infine lavorare sulla conservazione energetica. Ovvero consumare un po’ meno in particolare nel periodo invernale».


E sul fronte sociale? Come tutelare le fasce più esposte senza alimentare la rincorsa tra prezzi e salari? E senza fare ulteriore debito?
«Mi pare che la strada indicata dal governatore Visco sia quella corretta. Si tratta di interventi onerosi ma allo stesso tempo mirati, da calibrare sulle famiglie più in difficoltà e sulle imprese maggiormente colpite dallo shock energetico. Misure che riguarderanno le bollette o le accise sui carburanti. Non dovrebbe servire un’ulteriore espansione fiscale. Se necessario ci potranno essere anche dei provvedimenti di sostegno più generali, ma comunque una tantum, proprio per non andare ad alimentare ulteriormente l’inflazione».
 

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