Dall'Orso al Toro: ecco perché il gergo della Borsa fa ricorso ai nomi degli animali

Dall'Orso al Toro: ecco perché il gergo della Borsa fa ricorso ai nomi degli animali
di Rosario Dimito
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Venerdì 27 Marzo 2020, 14:57

Dall’Orso al Toro. Richiamando gli scenari tipici della Borsa, a parte la seduta di venerdì 27 iniziata in negativo, in pochi giorni si è alternato un calo (bear market) del 21% dai massimi, ad un rialzo (bull market) del 23% dai minimi. Ma prima di avventurarsi sulle possibili chiavi interpretative di una situazione surreale che nemmeno durante le guerre i nostri nonni hanno vissuto, giova spiegare perchè si fa ricorso alla simbologia del mercato finanziario utilizzando due animali tanto diversi tra loro.

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La prima spiegazione riconduce al modo in cui i due animali attaccano. Il toro lo fa con le corna in un movimento dal basso verso l’alto, al pari dei prezzi delle azioni che salgono, l’orso invece sfodera gli artigli attraverso movimenti dall’alto verso il basso, come le quotazioni di un titolo che scendono.

Questa spiegazione sembra empirica – come le convenzioni spesso ispirate dai simboli – in realtà ha origini storiche che sicuramente si affiancano alla nascita di questi due termini per la descrizione di diversi scenari dei mercati. Si tratta in particolare di spettacoli che oggi definiremmo barbari e che erano in voga al tempo della Regina Elisabetta (1558–1603) nel neonato Regno Unito. Orsi e tori venivano incatenati al centro di un ring e gli si aizzava contro un branco di cani con i quali erano costretti a combattere, mostrando di conseguenza al pubblico le proprie tecniche di assalto. Si chiamavano “bull-beating” o “bear-beating”. E’ probabile, che, chi ha coniato queste definizioni, non poteva tener conto di doversi imbattere con il coronavirus. E’ noto che emozioni e speculazioni governano questi estremismi. In mancanza di certezze, ci si lascia guidare dagli impulsi senza considerare quelli navigati che appunto speculano per guadagnare da queste fasi di estrema volatilità.

Negli ultimi giorni l’indice S&P500, realizzato da Standard & Poor’s nel 1957 per seguire l’andamento di un paniere azionario formato dalle 500 aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione, ha messo a segno il rialzo più marcato da sempre. Allo stesso tempo, il ribasso di febbraio-marzo é stato il più veloce da sempre. E la vita sta diventando assurdamente altalenante, lo sforzo che dobbiamo fare è quello di razionalizzare ed evitare “di seguire il gregge”. Per la stessa ragione per la quale le persone prendono d’assalto i supermercati, allo stesso modo, chi comprava ieri, seguiva il vicino. Comprava, perché lo facevano tutti, ma senza una motivazione precisa.
Gli analisti oculati osservano che la Fed ha messo sul piatto un bazooka enorme. Il governo USA ha varato un piano di stimoli da 2 trilioni dollari, ma il G20 si é impegnato ad un “whatever it takes” da 5 trilioni di dollari.
C’é poi la terza variabile dell’equazione che è quella dei contagi. Determinare il timing dell’appiattimento della curva dei contagi non é un mestiere semplice.

Non c’é analista tecnico così bravo da prevederlo. La curva Italiana sta dando dei primi segnali di perdita di momentum, mentre le altre curve sono ancora in deciso trend rialzista.
E’ il caso quindi di interrogarsi. Per quanto tempo le economie dovranno confrontarsi con questo scenario? Quali le conseguenze? Le conseguenze si sono già viste: il numero dei Jobless claim (richiesta di sussidi di disoccupazione) in Usa ha superato i 3 milioni di unità, una misura pari a 4 volte quella registrata nella depressione del 1982. Ma il governo ha stanziato 2 trilioni dollari. Ma cosa accadrebbe se questi numeri di disoccupati dovessero continuare a salire ogni settimana, per mesi? Sarebbe sufficiente l’assegno messo sul piatto dal governo, 25 miliardi già staccati più altri 25 ad aprile?

Quanto l’ottimismo degli operatori, basato sull’interventismo senza limite della Fed e del governo Usa potrà ancora tenere di fronte a dati che appariranno ai nostri occhi come dati mai visti fino ad ora?
Al di là delle previsioni, entriamo nella realtà dei numeri, che dicono questo. Il mercato dovrà allinearsi ad uno scenario macro di recessione. La recessione, per sua natura comporta un calo della crescita del pil e degli utili delle aziende, spesso accompagnata anche da un ridimensionamento dei multipli di borsa, che vanno a scambiare in prossimità della parte bassa del range storico.
 Partendo, quindi, un calo degli utili nell’ordine del 20% sul 2020, si arriva si arriva ad un fair value dello S&P500 di 2.400. Se si aggiunge una contrazione dei multipli di borsa del 20%, il livello fair per lo S&P500 é di 2.000. Se poi ci volesse aggiungere una reazione ancora più negativa legata ad uno scenario che sconta una probabilità di depressione, il livello obiettivo é di 1.800. I livelli attuali di 2.600, al contrario, scontano già uno scenario di recupero a V o almeno a U dell’economia Usa. Essi sono espressione della volontà degli operatori di proiettarsi oltre questi mesi di recessione e di voler scontare già ora un recupero della congiuntura. Questo scenario potrebbe rivelarsi troppo ottimista, perché dà per scontato due elementi che la diffusione del virus abbia breve corso e gli aiuti in essere siano in grado di portare velocemente l’economia ai ritmi a cui viaggiava prima della pandemia.  L’andamento dei grafici relativi alle curve di contagio fa pensare che tale scenario potrebbe essere troppo ottimista. Probabilmente, è meglio prepararsi a uno scenario di recupero meno veloce di quanto oggi sconti il mercato.

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