Confindustria e governo cercano un patto, ma restano le distanze

Martedì 29 Settembre 2020 di Andrea Bassi
Bonomi (Confindustria): irpef, lavoratori dipendenti la paghino da soli. Reddito di cittadinanza in parte da smontare

La parola "patto" la pronunciano entrambi. Prima il leader degli industriali, Carlo Bonomi, convinto che i 208 miliardi di fondi europei che l'Italia avrà a disposizione siano l'ultima occasione del Paese. Perché se non dovesse funzionare per scelte errate, ha aggiunto senza mezzi termini rivolto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, «non andrà a casa solo lei, ma ci andremo tutti». Poco dopo la parola "patto" l'ha pronunciata anche il premier, certamente convinto che senza l'apporto degli industriali sarà difficile agganciare la ripresa e portare il Paese fuori dalla crisi.
 

I temi sul tavolo


Ma trovare un minimo comun denominatore tra le idee di Confindustria e quelle del governo è una operazione molto più che complessa. Prendiamo il "grande patto per l'Italia" proposto da Bonomi. L'intenzione, ha spiegato il presidente degli industriali, è «massimizzare il ruolo di motore dello sviluppo del sistema delle imprese e del lavoro, e dare nuova centralità alla manifatture». Mettere insomma, l'industria al centro. L'esempio citato è quello francese, dove il governo ha già presentato un piano da 100 miliardi, 40 dei quali saranno finanziati con i fondi del Recovery plan europeo e il resto con rtisorse nazionali. Quel piano a Bonomi piace, perché prevede tre semplici linee direttrici: un terzo dei fondi sarà destinato alla sostenibilità ambientale; un terzo a quella sociale con profonda attenzione ai temi dell’inclusione, delle periferie urbane e del coinvolgimento delle reti sociali-solidali del Terzo Settore; e 35 miliardi saranno invece volti alla competitività del sistema imprese, di cui 25 miliardi di incentivi all’innovazione e trasferimento tecnologico e 10 miliardi di taglio secco all’imposizione diretta sulle imprese. L'Italia per ora, invece, non ha dato buona prova di se. Dai ministeri sono arrivati quasi 600 progetti. Per finanziarli servirebbe il triplo rispetto ai 208 miliardi del Recovery plan.

Bonomi, insomma, vorrebbe anche per l'Italia un piano alla francese che, però, non è all'orizzonte. Anche Conte, come detto, ha pronunciato la parola "patto". Ma lo ha fatto rilanciando il ruolo del pubblico, la mano dello Stato che dovrebbe affiancare i privati negli investimenti. Un interventismo che da Autostrade ad Alitalia, dalla rete unica all'Ilva, è visto con diffidenza dagli industriali. Bonomi, comunque, ha deciso di vedere il bicchiere mezzo pieno. Quella di Conte, ha detto, «è stata un'apertura molto forte». Ora bisognerà vedere a cosa porterà. Se il governo prenderà in qualche considerazione quella sorta di "manuale della ripresa", un libro di 385 pagine intitolato "Il coraggio del futuro, Italia 2030-2050", consegnato ai rappresentanti del governo. E se lo farà anche a costo di perdere qualche simpatia da parte dei sindacati, che ieri, attaccati da Bonomi sul rispetto degli accordi sui contratti, si sono subito messi sulla difensiva.

 

Video
 

L'appello a Conte

«Servono scelte per l'Italia del futuro. Scelte anche controvento. Serve il coraggio del futuro», continua Bonomi. E poi, parlando a Conte: «Presidente, lei ha detto: 'se sbaglio sull'utilizzo del Recovery Fund, mandatemi a casa'. No, signor presidente. Se si fallisce, nei pochi mesi che ormai ci separano dalla definizione delle misure da presentare in Europa, non va a casa solo lei. Andiamo a casa tutti. Il danno per il Paese sarebbe immenso». E avverte: «Non ce lo possiamo permettere. È tempo di una azione comune, oppure non sarà un'azione efficace».

E ancora: «Ripeto oggi, signor presidente del Consiglio, quanto ho detto due mesi fa agli Stati generali: il compito che vi spetta è immane, nessuno può e deve sottovalutarne le difficoltà. Bonomi si rivolge direttamente al premier Giuseppe Conte, all'assemblea degli industriali: sottolinea che il Paese è «reduce da 25 anni di bassa crescita e bassissima produttività», e sottolinea che ora serve «un quadro netto di poche decisive priorità«, »strumenti e fini per indirizzare la politica economica e industriale dell'Italia». E avverte: «Serve una rotta precisa per dare significato complessivo alle misure, e per tracciare la rotta serve un approdo sicuro».
 

Il Mes

«Nell'entusiamo per i 208 milioni che ci vengono dall'Europa, e che si aggiungono al Sure e alle nuove linee di credito Bei, tende a svanire l'attenzione sul danno certo per il Paese se il Governo rinuncia a Mes sanitario privo di condizionalità», prosegue Bonomi. «Non vorremmo trovarci un domani a constatare che l'onere della parte di Recovery Fund percepita in trasferimenti sia finanziato con nuove tasse solo a carico delle imprese, specie di quelle che producono e danno occupazione in Europa: plastic tax, carbon tax, web tax o quel che si voglia»

Ultimo aggiornamento: 18:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA