Autostrade e il nodo concessioni, altolà dei Fondi alla Ue: «Il governo viola la legge»

Martedì 14 Gennaio 2020 di Roberta Amoruso
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Autostrade e il nodo concessioni, altolà dei Fondi alla Ue: «Il governo viola la legge»

ROMA Non c'è solo la famiglia Benetton, azionista di controllo di Atlantia attraverso Edizione srl, a difendere il contratto di concessione firmato nel 2007 da Autostrade per l'Italia. Quasi metà del capitale in circolazione della holding, il cosiddetto flottante, è in mano a fondi esteri con le spalle molto larghe. Alcuni di questi, soci di primo piano della holding veneta, ieri sono scesi in campo per chiedere alla Commissione Ue di intervenire.

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Perché la scelta del governo, attraverso il Milleproroghe, con il quale a fine anno si sono poste le premesse per modificare il contratto di concessione azzerando i 23 miliardi di indennizzo previsti in caso di revoca, sarebbe «contro le regole Ue e la stessa legge italiana e scoraggia gli investimenti». Insomma, dalle parti di GIC Pet Limited, il fondo sovrano del governo di Singapore (con l'8,14%), di Hsbc Holding (con il 5,01%), di Lazard Asset Managemnet (5,04%), ma anche di Silk Road e del colosso Usa Blackrock, non c'è alcuna intenzione di accettare la modifica unilaterale del contratto inserita nel Milleproroghe, peraltro pressoché identica a quella voluta dal governo italiano nel 2006 e da questi cancellata un anno dopo una retromarcia.

LA MISSIVA
«Questa misura è ragione di seria preoccupazione per noi e per l'intera comunità degli investitori in quanto compromette del tutto la prevedibilità normativa, scoraggiando gli investimenti e restringendo senza giustificazione la libera circolazione dei capitali», è scritto nella lettera che i principali azionisti esteri di Atlantia invieranno nelle prossime ore, e comunque entro questa settimana, a Bruxelles. Una lettera da recapitare, tra gli altri, alla commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager, al vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, e al commissario per il Mercato Interno, Thierry Breton. Gli investitori puntano il dito contro la norma del decreto Milleproroghe, a tutti gli effetti identica alla modifica normativa - voluta dall'allora ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro - che portò nel 2006 la Commissione Ue ad aprire una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per violazione del principio pacta sunt servanda, che impedisce una modifica delle concessioni in essere senza l'accordo dei concessionari. Di qui la richiesta alla Ue di intervenire contro una mossa che, modificando unilateralmente le concessioni, di fatto cancellerebbe l'indennizzo di 23-25 miliardi dovuto ad Autostrade per l'Italia in caso di revoca (le stime sono di Mediobanca e Jp Morgan) e legato al mancato introito riveniente dalle opere future, riducendo il rimborso (a circa 7 miliardi) solo per le opere fatte.

Chissà se potrà trovarsi a Bruxelles la via per imboccare un compromesso in extremis nella guerra sulla concessione. Da una parte c'è Atlantia, disponibile a un negoziato, ma decisa a far scattare entro fine mese la risoluzione del contratto prevista dalla Convenzione del 2007 all'articolo 9bis in caso di modifica della normativa, se non si aprirà una trattativa concreta, pur di non rinunciare a 23 miliardi di indennizzo; dall'altra c'è il governo, tentato da una revoca che tocca i 7.000 lavoratori di Aspi in Italia, ma anche 11 miliardi di investimenti programmati sulle autostrade per i prossimi anni. Sullo sfondo, ieri anche Standard&Poor's, dopo Moody's e Fitch, ha bocciato di ben tre gradini in un colpo solo il rating del gruppo proprio per l'effetto del Milleproroghe. Da BBB- a BB-, in piena area spazzatura. Non solo. Anche S&P, come le altre, è pronta a nuovi declassamenti se non si aprirà la prospettiva di un'intesa.

L'EFFETTO DOMINO
Fin qui il termometro del rischio di insolvenza, già a livelli di guardia, ancora prima della dichiarazione di revoca. Figuriamoci se il governo dovesse andare fino al fondo aprendo una lunga battaglia legale: sarebbe certa l'impossibilità di pagare 10,8 miliardi di debiti verso banche da parte di Autostrade, con quel che seguirebbe. Va detto che nel totale figurano anche i 2 miliardi di prestiti Bei e Cdp, che da contratto potrebbero chiedere il rientro anticipato. Anche il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, chiede risposte al governo: «Le concessioni autostradali hanno in pancia anche molte opere accessorie: la più grande è la Gronda di Genova che vale quasi 4 miliardi. Se si vogliono rimettere a gara le concessioni, quanto tempo ci vorrà per farla e nel frattempo che cosa si fa?».

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