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Auto con motori a benzina e gasolio, che cosa cambia. Per ora le elettriche restano un lusso, il nodo occupazione

Le incognite della transizione accelerata: diventerà difficile vendere auto con motori termici

Auto con motori a benzina e gasolio, che cosa cambia. Per ora le elettriche restano un lusso, il nodo occupazione
di Andrea Bassi e Luca Cifoni
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 8 Giugno 2022, 22:58 - Ultimo aggiornamento: 9 Giugno, 11:15

Cambia la vita degli automobilisti, che poi sono la gran parte dei cittadini, mentre si addensa l’incertezza su quella dei lavoratori di un settore che ha rappresentato finora un’eccellenza italiana. Il voto del Parlamento europeo che conferma al 2035 l’addio ai motori diesel e benzina impone di accelerare una transizione ecologica di cui l’Europa si sente capofila, ma che è per molti aspetti ancora problematica, in particolare nel nostro Paese. Mentre il rinvio in commissione della riforma Ets (Emission trading scheme, il sistema che regola i permessi per inquinare) allontana per il momento una possibile stretta sul settore industriale, che nell’ipotesi più estrema messa a punto all’Europarlamento avrebbe dovuto fare i conti con un obbligo parecchio allargato di acquistare i permessi, una volta terminata la fase transitoria di gratuità.


I tredici anni che ci separano dal 2035 sono solo un uno in più rispetto all’attuale età media del parco auto italiano: la conferma di un orizzonte temporale ristretto rappresenta nelle speranza di chi è favorevole alla svolta una spinta a moltiplicare gli sforzi. Ma le criticità sono abbastanza evidenti e a questo punto la politica dovrebbe decidere di affrontarle con decisione.

Naturalmente nei prossimi anni si acquisteranno ancora molte macchine con motore a combustione, per un motivo abbastanza semplice: quelle completamente elettriche risultano tuttora più costose e non possono essere usate con la stessa flessibilità di quelle tradizionali, per i problemi di autonomia (nonostante i recenti progressi) e per la connessa assenza di una rete di colonnine. Può darsi che il prezzo delle vetture tradizionali vada gradualmente a ridursi, di certo chi le sceglie ancora dovrà sapere qualcosa che è destinato a perdere rapidamente valore. 


GLI IMPATTI
La svalutazione dell’attuale usato è fuori discussione. Certo non saranno decisivi gli incentivi oggi in campo, anzi il governo dovrà fare i conti con l’esigenza di dirottare risorse cospicue verso la riconversione di una filiera che in molte sue parti semplicemente non avrà più senso, vista la maggior semplicità dei veicoli elettrici. In Italia, secondo stime dell’Anfia (associazione nazionale filiera industria automobilistica) i posti a rischio sono più di 70 mila. Il nodo non è solo l’obiettivo finale del 2035 ma anche le stringenti scadenze intermedie, che prescrivono una riduzione del 20% delle emissioni già dal 2025; una delle possibilità è quella di puntare sui servizi che sempre di più - grazie alla tecnologia - circondano il mondo dell’auto e la mobilità. Mentre resta minima la rilevanza del nostro Paese nel settore delle batterie.


Il sì alla proposta sullo stop a diesel e benzina ha fatto in qualche modo passare in secondo piano la bocciatura - pur se provvisoria - di quelle sulla riforma del sistema Ets, sul meccanismo di carbon tax e sul fondo sociale per il clima. Nel primo caso l’entrata in vigore delle novità slitta come minimo di qualche mese, con relativo sollievo delle imprese che avrebbero dovuto mettere mano al portafogli. Tra le conseguenze collaterali c’è anche il definitivo tramonto del progetto di tassa sulle caldaie, ovvero di far pagare in qualche misura anche agli utenti il ricorso al metano per il riscaldamento. Lo stop al fondo sociale paradossalmente sconcerta chi puntava su un forte investimento di risorse europee su quella che alla fine è la sfida per tutti: fare in modo che contro un obiettivo ambizioso per l’intero pianeta non si rivoltino le categorie sociali più deboli, per definizione più esposte ai costi della transizione.

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