Allarme prezzi/ L’intervento necessario sulla “truffa” dei rincari

Allarme prezzi/ L intervento necessario sulla truffa dei rincari
di Paolo Balduzzi e Osvaldo De Paolini
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Lunedì 14 Marzo 2022, 00:31 - Ultimo aggiornamento: 11:23

Gli studenti di economia, in quasi tutte le università del mondo, imparano presto che il mercato perfettamente concorrenziale è il meccanismo più efficiente per allocare le risorse: evita gli sprechi, rende massimo il benessere dei cittadini, tiene in vita un numero elevato di imprese che non possono esercitare alcun potere di mercato. Questo risultato fondamentale sarà probabilmente appreso con molto maggior sospetto da quegli studenti che si trovano, oggigiorno, a dover rifornire di carburante la propria automobile. Per non parlare del sentimento generale di un’intera popolazione che, di fronte ai tabelloni dei benzinai, avrà perso tutta la fiducia che poteva nutrire nelle forze di mercato. A maggior ragione se un ministro, Roberto Cingolani, parla di «colossale truffa a scapito di imprese e consumatori» provocata dalla speculazione. È dunque giunto il momento in cui lo Stato vigili sui prezzi ed eventualmente ne fissi un tetto massimo? Forse. Ma non è il caso di arrivare a conclusioni così radicali in maniera troppo precipitosa. È sempre utile, infatti, mettere in discussione le teorie economiche; allo stesso tempo, è bene riflettere accuratamente prima di derubricare l’economia di mercato a scienza inutile. Vale la pena di riflettere con calma su quello che sta succedendo. E, soprattutto, su come uscirne e su come evitare gli errori compiuti in passato.


Anzitutto, bisogna ricordare che è da parecchi mesi che i prezzi di alcuni beni si stanno impennando. Già durante lo scorso autunno, quando nessuno pensava che una guerra in Ucraina fosse possibile, ci si preparava a bollette energetiche molto più care. E già allora si chiedeva allo Stato di intervenire, anche perché l’aumento dei prezzi delle materie prime energetiche si sarebbe riversato sì direttamente sulle imprese ma anche, e doppiamente, sulle famiglie. Le prime, infatti, avrebbero visto ridursi i margini di profitto a causa dell’aumento dei costi di produzione; le seconde, oltre a delle bollette più elevate, avrebbero subito l’aumento dei prezzi dei beni proprio di quelle imprese che, per sopravvivere, si sarebbero trovate costrette ad adeguare i propri listini. L’effetto di queste dinamiche ha portato a registrare tassi di inflazione, cioè di crescita del livello generale dei prezzi, che non si sperimentavano da decenni, non solo nel nostro Paese. La paura che quell’inflazione portasse a un rallentamento della crescita economica ha perciò convinto molti governi a intervenire, prevalentemente sussidiando, almeno per le famiglie più bisognose, il consumo dei beni energetici.


In secondo luogo, è indubbio che la situazione rispetto ad allora sia profondamente mutata. Se fino a poche settimane fa le dinamiche dei prezzi potevano essere quasi totalmente ascritte al mercato, ora non è più vero. O, perlomeno, non è più così vero. Perché ad oggi i prezzi risentono di almeno due forze. La prima è ancora quella del mercato: ciò sconsiglia un intervento pubblico per calmierare i prezzi. L’errore che spesso si fa, a volte per semplice ignoranza ma a volte, più gravemente, per raggranellare qualche consenso, è che lo Stato possa stabilire i prezzi dei beni senza che ciò comporti conseguenze sulla loro distribuzione. Imporre un prezzo massimo di vendita a un produttore, come tanti chiedono di fare, significa ridurre la sua disponibilità a vendere, cioè l’offerta. Significa, in altre parole, che i beni scambiati saranno di meno. Una sorta di razionamento implicito per cui, in assenza di regole di approvvigionamento, verranno assegnati quei beni ai consumatori più veloci lasciando i più lenti a bocca asciutta. Che non sembra una soluzione ottimale al problema. Inoltre, se l’intento è ridurre la componente speculativa, è bene precisare che è praticamente impossibile scomporla dal prezzo, tanti e tali sono gli elementi che la determinano: indicare un numero, che sia il 5 o il 50%, è perciò privo di senso.

 


D’altro canto, pur in presenza di aumenti stabiliti dal mercato, cioè dall’incontro tra domanda e offerta, è un errore anche pensare che lo Stato dovrebbe astenersi dall’intervenire a prescindere. Perché in realtà lo Stato fa già molto e, in alcuni casi, moltissimo: distorce già i prezzi dei beni perché impone delle imposte indirette (Iva e accise) che, nel caso esemplare della benzina, costituiscono ben oltre il 50% del prezzo per il consumatore finale. In questo caso, lo Stato potrebbe, e anzi dovrebbe, sì intervenire: non tanto facendo un passo in avanti, quanto facendo un passo all’indietro. Rinunciando, cioè, a parte del gettito per far funzionare meglio il mercato. Questo sì che permetterebbe di ottenere il doppio guadagno di abbassare i prezzi e di aumentare l’efficienza degli scambi.
Stesso discorso per la bolletta energetica: rinunciando alle imposte, nonché ai cosiddetti “oneri accessori”, il costo per imprese e consumatori scenderà. Qualcuno obietterà che quel minor gettito metterà in crisi il bilancio pubblico. È vero; anzi, è ovvio: ma in questo momento, con la possibilità di indebitarsi senza eccessivi limiti e a tassi ancora sotto controllo, sembra un problema minore.


C’è però, come si ricordava poco sopra, una seconda forza che è intervenuta nella dinamica dei prezzi. Ed è la conseguenza della situazione contingente che stiamo vivendo. Non sarà ancora un’economia di guerra, come giustamente ci ricorda il presidente del Consiglio, ma è innegabile che il prezzo di certi beni, in particolare le materie prime energetiche e quelle alimentari, è l’effetto delle sanzioni, più o meno dirette e più o meno esplicite, che gli Stati stanno applicando e, in molti casi, anche subendo. Se almeno una quota dei prezzi non risponde più – o non solo - alle ragioni del mercato, non ci sarebbe allora nulla di scandaloso, forse nemmeno per i liberisti più accesi, nel pensare davvero a un organismo pubblico che vigili sugli aumenti di prezzi e intervenga ove questi superino dei livelli considerati ragionevoli. Un organismo che però abbia maggiori poteri di quelli oggi delegati a “Mister Prezzi”, il garante che opera dagli uffici del Mise che però si limita a segnalare le dinamiche sospette nella formazione dei prezzi all’Antitrust o alla Guardia di Finanza, affinché vengano esercitate azioni di moral suasion sugli operatori di mercato. E purché, sia chiaro, la ragionevolezza sia intesa come una dimensione economica che miri a stemperare gli eccessi e le anomalie, e non come una dimensione politica, che avrebbe come unica conseguenza di allocare le scorte in maniera del tutto casuale (o, peggio ancora, elettorale) e di impoverire ancora di più una popolazione sempre più allo stremo delle proprie forze. Economiche, ma anche nervose.

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