​​Alitalia-Atlantia adesso più vicine: prime aperture dai grillini

Alitalia-Atlantia adesso più vicine: prime aperture dai grillini
di Umberto Mancini
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Martedì 23 Aprile 2019, 09:18 - Ultimo aggiornamento: 13:18

Ultima chiamata per Alitalia-Atlantia. Oggi, salvo colpi di scena, il consiglio dei ministri convocato per sbloccare il decreto crescita e il salva debiti di Roma, potrebbe anche lanciare un segnale al gruppo Benetton affinché scenda in campo a fianco di Fs, Tesoro e Delta Airlines per salvare Alitalia. La partita è ovviamente tutta politica. Legata a filo doppio ai rapporti tra i due partiti di governo, particolarmente tesi dopo il botta e riposta sulle vicende Siri e Raggi. Ma il caso della compagnia tricolore è quello forse più spinoso perché in gioco ci sono 11 mila posti di lavoro ed è quindi probabile che in extremis si trovi un compromesso. Del resto il premier Giuseppe Conte - che sta mediando soprattutto con i grillini - sa bene che la bomba Alitalia non deve scoppiare prima delle elezioni europee e che i sindacati, in assenza di soluzioni rapidi credibili, sono pronti a scatenare una ondata di agitazioni e proteste. Non solo. Proprio Di Maio è stato quello che si è esposto di più in passato, promettendo una soluzione positiva e di sistema per Alitalia. E ora sarebbe un boomerang deludere le attese.

C'è da dire che in queste ore l'ostilità dei 5Stelle all'ingresso del gruppo privato si è molto affievolita. Una mossa dettata da un sano realismo perché ormai è evidente che senza Atlantia (in grado di rilevare una quota del 35% della newco, la stessa che avrebbe in mano Fs), il piano industriale messo a punto dall'ad del gruppo ferroviario Gianfranco Battisti è destinato a naufragare. Piano che si fonda sull'intermodalità treno-aereo, l'alleanza con il colosso Usa di Delta e lo sviluppo nel lungo raggio. Anche perché Battisti ha ribadito che bisogna far partire una operazione di mercato, industriale, che consenta davvero di voltare pagina. Il governo, sotto traccia, si sta muovendo su tre fronti. Il primo è quello interno per convincere gli uomini di Luigi Di Maio a riflettere. Atlantia non può infatti entrare nella newco in una situazione di guerra. Il clima va quindi rasserenato, partendo proprio dalla procedura di revoca della concessione che, tra l'altro, si è fortemente indebolita visto che le cause del crollo non sono ancora state individuate e che i monitoraggi del Ponte erano condivisi con il Mit. Del resto una eventuale revoca peserebbe fortemente sul bilancio dello Stato per circa 20 miliardi.

La Lega, è noto, ha già fatto capire di non voler ostacolare il partner privato, anzi lo ritiene l'ultima carta possibile. Il secondo fronte è esterno e riguarda la moral suasion, il corteggiamento discreto a cui la holding ha risposto per ora in maniera fredda ma non chiudendo del tutto la porta. A Palazzo Chigi sanno bene quali sono le richieste da prendere in considerazione. Da un lato lo sblocco degli investimenti da 5 miliardi per la Gronda di Genova, dall'altro, come accennato, la procedura di revoca della concessione di Autostrade. «Serve avviare un confronto di sistema - dicono nelle stanze dell'esecutivo - per fare il bene di Alitalia, senza nessuna pregiudiziale». Difficile prevedere l'esito finale, anche perché per siglare un matrimonio bisogna essere d'accordo in due.

L'altro fronte è procedurale. Proprio per garantire l'ingresso del Mef nel capitale della newco nel decreto crescita verrà cancellato il termine del 30 giugno per la restituzione del prestito da 900 milioni concesso dal Tesoro dopo il commissariamento. Una parte del prestito (gli interessi) sarà quindi convertita in azioni. A questo passo ne seguirà un altro, ben più rilevante, ovvero lo slittamento dell'operazione oltre aprile. Un modo per consentire ad Atlantia di guadagnare tempo per valutare dopo le avances reiterate. Al Mef sono convinti che si possa chiudere a giugno e si dà per scontato che alla fine prevarrà il buon senso e l'interesse generale. Altrimenti non resta che una strada: quella della liquidazione della compagnia. Una eventualità che nessuno al governo vuole prendere in considerazione.
 

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